Anche questo giro di maturità si chiude in temperature torride e striscianti malinconie, come sempre, come in tutte le epoche. Di veramente nuovo – anche perchè il 101 per cento di maturi è percentuale già consolidata da un po’ – di veramente nuovo in fondo c’è questo rito sempre più diffuso della simil-festa di laurea, fuori dalla scuola, con famiglie e parentadi, amici e simpatizzanti, tutti attorno all’eroe del giorno con corone d’alloro e mazzi di fiori da cento euro in su (vedi foto da Today).
Sostanzialmente, abbiamo abbassato di un altro livello la festa di laurea: prima declinandola alla triennale, ora arrivando alla maturità. Prestissimo, fuori dalle medie, poi fuori dalle elementari, fino alla festa per l’uscita dall’asilo.
Quanto ci piace questa idea di trasformare tutti i passaggi della vita in feste indimenticabili. C’è un Bezos in ciascuno di noi, un richiamo hollywoodiamo che non riusciamo più a soffocare. Una volta era battesimo, prima comunione e matrimonio. Fine. Neppure la laurea, noi di un altro tempo e di un altro mondo, abbiamo festeggiato al modo d’oggi. A me, ed era il 1982, dopo Cristo, non prima, nessuno si sarebbe mai sognato di mettere una corona d’alloro in testa. E’ arrivato tutto dopo, magari D’Agostino direbbe con l’edonismo reaganiano, assieme allo yuppismo e alla Milano da bere, al berlusconismo e al piacionismo, comunque dopo, comunque a velocità supersonica.
Naturalmente non c’è proprio nulla di male nel nuovo rito dei fiori e dell’happening per la maturità. Sono altri i mali del mondo, ce lo diciamo. Neppure si tratta di approvare o di condannare, comunque di giudicare. Semplicemente, si tratta di registrare un ulteriore segno dei tempi. Questi, sono i tempi fluidi senza ideologie (senza idee e senza ideali, direi anche), i tempi del benessere assoluto, dell’abolizione ufficiale di seccature ataviche come fatica, fallimento, sconfitta. Normale approfittare di qualunque occasione per mettere in piedi un trullallero.
E’ bene, è male per i nostri ragazzi girare l’esame di quinta in evento mondano, come fosse un Nobel di grido? Certo non possiamo dirlo noi dell’altro tempo e dell’altro mondo, noi che quando tornavamo a casa con il voto finale, dopo la feroce prova della consultazione tabelloni a pulsazioni duecento, trovavamo un padre e una madre che ci guardavano con occhi chiaramente orgogliosi, ma senza tradirlo esageratamente, dicendo soltanto: bravo, hai fatto il tuo dovere.
Davanti a queste maree festose con fiori e corone nelle scuole italiane, a questo nuovo rito che innegabilmente tradisce qualcosa di forzato, di costruito, di artificiale, colgo giusto l’occasione per rivolgere un pensiero ai genitori di quell’altro tempo e quell’altro mondo.
Grazie mamma, grazie papà: alla mia maturità – come alla mia laurea – non c’eravate ad aspettarmi fuori, perchè non vi volevo. Ma anche perchè voi sapevate che non vi avrei voluto. Comunque, dovevate lavorare. C’eravate dopo, a casa, tra di noi, senza tanta enfasi e senza tanta baldoria, però nella piena consapevolezza di un buon risultato raggiunto. Per me e anche per voi.
Il grazie è perchè non c’eravate quel giorno, ma ci siete stati sempre, tutti gli altri giorni, sopportando grossi sacrifici per permettermi di fare ciò che avevo scelto liberamente, cioè studiare e crescere senza mammina e paparino sempre col fiato sul collo a chiedere il perchè e il percome, senza dirmi come fare e come non fare, in altre parole consegnandomi il più grande regalo immaginabile: la vostra fiducia. Vi siete fidati di me, permettendomi di provare, di misurarmi, certo anche di sbagliare e di fallire. La libertà che mi avete lasciato, la fiducia che mi avete regalato, per noi studenti di quel tempo e di quel mondo altro non erano che un grande carico di responsabilità. Certo c’erano anche quelli che ne approfittavano per sbattersi via, per darsi alla bella vita, per alleggerirsi di tutti i pesi, ma chi ti dice che poi non siano proprio quelli poi diventati i genitori di oggi, impegnati solo a organizzare feste per tutti gli starnuti della vita.
Non voglio addentrarmi in terreni minati, lascio a ciascuno la meravigliosa libertà di scegliere e anche di sbagliare in proprio. Sono sicuro però che i mazzi di fiori e le fanfare fuori dalla maturità, presto fuori dall’esame di terza media, presto fuori dalla quinta elemetare, presto fuori dall’asilo, non aggiungano granchè a quella sfida gigantesca che definiamo crescere. Il rischio lo conosciamo, il rischio è che se l’esistenza diventa tutta una festa le giovani donne e i giovani uomini finiscano per sedersi subito nella confort-zone, perdendo la capacità e la forza di affrontare poi gli ostacoli e le musate che inesorabilmente la vita adulta presenterà con puntualità notarile.
Per questo, dovendo scegliere, preoccupandomi zero di uscirne da trinariciuto e bacchettone, preferisco la filosofia stoica che senza saperlo mi avete inculcato voi, mamma e papà: senza fiori, senza corone, senza fotografi, senza champagne, la maturità era allora com’è oggi, la prima vera occasione per fare fino in fondo il proprio dovere. Per dimostrare a noi stessi, prima che alla platea dei likes, d’essere capaci di trovare un nostro posto nel mondo.
