LE NUOVE MINIERE SI CHIAMANO DATA CENTER

Un’inchiesta giornalistica condotta a livello internazionale ha scoperto che i data center – oltre ad avere la più nota colpa di consumare voracemente energia e inquinare il mondo – non sono luoghi di lavoro raccomandabili. Intimidazioni del personale, esautorazione dei sindacati, ore di lavoro non pagate, alloggi indegni, infestazioni, misure di sicurezza scadenti, perfino focolai di infezione non segnalati.

La faccia digitale del capitalismo, insomma, non è migliore di quella che, meno di due secoli fa, costringeva uomini e bambini per 12 ore e più al giorno in fondo a una miniera o nei recessi malsani e pericolosi di una fabbrica. In altre parole, il capitalismo eccelle (quasi) sempre per efficienza, ma, teso alla ricerca del profitto, dimentica spesso di dotarsi di una dimensione etica quando non umanistica. Le eccezioni non mancano, ma a quanto pare non riguardano le grandi “corporation”, in particolare i gruppi internazionali che governano il mercato digitale. Non stupisce, se si pensa che uno dei protagonisti di questo capitalismo rivisitato (ma non troppo), Elon Musk, ha dichiarato che la prima debolezza del mondo occidentale sta nell’empatia.

E di empatia sembra proprio non esserci traccia nei data center europei presi in considerazione dall’inchiesta di cui sopra. Sarà meglio, tanto per incominciare, dare una definizione di data center: si tratta di strutture fisiche, spesso molto vaste, che ospitano apparecchiature per l’informatica: sever, unità di archiviazione e strumenti per la gestione delle reti. Capitale italiana dei data center è Milano: ne risultano 33 attivi (il 68% della presenza nazionale) e 10 in costruzione. Altre decine di questi impianti sono disseminati per l’Europa: rappresentano aziende come Google, Microsoft, Amazon, eccetera. Ai problemi sollevati dall’inchiesta ognuno di questi marchi risponde, attraverso gli uffici stampa, in perfetto “aziendalese”: comunicati che parlano di “standard”, di “protocolli”, di “quadri di riferimento”. Le interviste sul campo, e i casi di infortuni sul lavoro, raccontano una storia diversa.

Forse, a illuminare l’atteggiamento dei gruppi internazionali di fronte al problema è la testimonianza raccolta dai reporter in Olanda presso un data center gestito da un appaltatore irlandese, Whintrop. Ai sindacalisti che hanno fatto richiesta di visitare l’impianto è stato negato l’accesso: “Oltre questo cancello non siamo più nei Paesi Bassi” si sono sentiti dire.

E’ a partire da questa sensazione, arbitraria e fasulla, di extraterritorialità che sorge un modello di lavoro ingiusto e oppressivo: qui dentro, è la tesi, valgono le nostre regole, non le vostre. Tanto più che chi viene assunto – in moltissimi casi, probabilmente la maggioranza, giovani immigrati – le regole non le conosce neppure, neppure ne sospetta l’esistenza.

Quanto a noi, ciò che accade là dentro, specie se a pagarne le conseguenze sono giovani stranieri, non ci riguarda: basta che Google risponda alla “query” in una frazione di secondo, Amazon consegni in tempo e Microsoft provveda al nuovo aggiornamento.

Inchiesta giornalistica a parte, infatti, di questo ritorno allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, nella società non si parla molto: occorrerebbe leggere, ascoltare e non disporsi passivamente davanti a uno schermo. Occorrono giornalisti che scrivono, lettori che leggono e persone che partecipano al dolore altrui. Nonostante gli infiniti appelli alla solidarietà, le richieste di condanna e le indignazioni a favore di telecamera, la partecipazione emotiva e la vera fratellanza non sono cose oggi promosse per davvero, in profondità. Al contrario, sono scoraggiate: rallentano la campagna elettorale, spingono – non sia mai – a un voto consapevole e non fazioso, intralciano lo scorrere dei “reel” e non c’è “post” che abbia la pazienza di contenerle tutte.

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