LE ANIME BELLE SCOPRONO CHE NERO NON SIGNIFICA SANTO

L’imbarazzo si taglia a fette. Il partito del politicamente corretto, primo partito italiano a mani basse, fatica a trovare una via d’uscita per questo maledetto accidente, come se non bastasse tutto il resto: da quelle parti hanno appreso improvvisamente che nero non significa migliore, men che meno santo ed eroe. L’hanno scoperto attraverso l’inchiesta che ha investito di rimbalzo l’onorevole Soumahoro, ivoriano di colore appena eletto nelle file di Alleanza verdi e Sinistra italiana. Senza farla lunga, sua moglie Liliane è al centro dell’uragano per la gestione diciamo così poco umana e poco sindacale dei migranti che lavorano nelle cooperative, al netto delle borse firmate e dell’intensa attività sui social che la renderebbero un po’ poco assimilabile al modello della brava donna sulle barricate nella difesa degli ultimi.

Inchiesta a parte – e certo non è cosa da poco – da un punto di vista della politica e del costume non sarebbe successo niente di trascendentale: noi italiani, dopo tutto, ne abbiamo già sentite di queste storie, tutte uguali, tutte e sempre ai danni dei disperati. Non è una cooperativa equivoca in più a sgomentare però il partito delle anime belle: è questo fatto insostenibile che al centro dell’inchiesta ci sia un deputato di colore. Il che, per i manichei della santità – nero equivalente di capace, puro, santo, vittima e martire – diventa molto difficile da spiegare. E da vendere, come marketing ideologico.

Il povero Angelo Bonelli, il leader che ha pensato la candidatura colored, non si dà pace. Se potesse, si mangerebbe una lavatrice. Sui giornali si fustiga e si flagella dicendo che ha commesso un’imperdonabile leggerezza (e complimenti per il garantismo: in fin dei conti siamo ben lontani dalle sentenze, i coniugi Soumahoro non sono ancora tecnicamente dei farabutti). Niente, senza aspettare, provano vergogna. Ma è evidente che a precipitarli nell’imbarazzo e nei rossori non è tanto la vicenda in sé, quanto apprendere la sconvolgente novità, e cioè che bianco o nero sono solo diversità cromatiche, ma quanto a santità e dannazione non fanno alcuna differenza, bene e male non badano ai colori, il mondo è pieno di bianchi perbene e di neri canaglie, di bianchi mascalzoni e di neri eroici.

Dalla scuola materna avvertono che questa è una constatazione ovvia e scontata, che non c’è alcun bisogno di ripeterla, che soltanto qualche buonista obsoleto può ancora prenderla come una scoperta sconvolgente. Ma ai bambini va sempre detta la verità: purtroppo certa bella gente recita candore e purezza tutta la vita, vivendoci di rendita. A questa bella gente che adesso si straccia le vesti e trasuda imbarazzo andrebbe rinfacciata una questione semplicissima, di semplice natura morale, questa: in definitiva, non c’è peggior forma di razzismo che sbandierare i simboli neri – anche chiamandoli diversamente bianchi – per fare il pieno alle elezioni. E adesso non importa proprio niente di che etnia siano gli indagati, di che colore siano: importa solo sapere se sono innocenti o colpevoli. Il colore più scuro non li fa più colpevoli: come prima, in campagna elettorale, non li faceva più santi.

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