LE ANGOSCE MILIONARIE DELLA SCIURA LEWANDOWSKI

Il qualunquismo è detestabile, specie quando riferito ai ricchi che – in quanto tali – non dovrebbero avere problemi e tantomeno non avrebbero il diritto di lamentarsi di niente, di non avere preoccupazioni di sorta. Mio padre diceva che chi guadagna 1000 euro al mese ha problemi per 1000 euro, chi ne guadagna un milione ha problemi per un milione: una sintesi perfetta nel rispetto della vita altrui.

Chiaro che preferiremmo tutti avere problemi da un milione al mese, ça va sans dire, ma insomma personalmente da sempre sto con Cristo e con la croce che ciascuno deve portare a prescindere dai soldi. Il caso della signora Anna Lewandowski però è davvero estremo e non possiamo limitarci a catalogarlo come figlio legittimo dei nostri tempi.

Dunque il marito della signora Anna, il celebrato Robert centravanti del Barcellona (134 partite e 83 gol in 4 anni), probabilmente il più forte della storia polacca (167 partite e 89 gol con la sua Nazionale), una vita in Germania (4 anni a Dortmund, 131 partite e 74 gol, poi 8 al Bayern Monaco, 253 partite e 238 gol, sta per trasferirsi negli USA per chiudere la carriera ai Chicago Fire. Il che, per un atleta di 37 anni, non è male, sia per l’esperienza che per il denaro dato che guadagnerà 15 milioni di dollari più 5 di bonus per 2 anni, diventando il più pagato della MLS dopo Lionel Messi.

Ma Anna è triste, preoccupata, perplessa. Anzi, come ha confessato su Instagram, “davvero, davvero spaventata all’idea di abbandonare la Spagna e dover sradicare le figlie dal loro contesto scolastico e sociale”. Cosa che definisce “un fardello psicologico pesante per un genitore”.

Un po’ la capisco. Negli anni ‘70, sfinito da anni di pendolarismo quotidiano tra Milano e Brescia, mio papà (quello delle pillole di saggezza di cui sopra) volle trasferirsi a Brescia pur dopo aver consultato me e le mie sorelle, tutti in età adolescenziale e assolutamente contrari a questa decisione che gli rinfacciammo per qualche tempo. Non molto, a dire il vero, perché la marcia indietro fu facile: andammo a vivere in centro in una villetta su due piani con un piccolo giardino, facemmo amicizie stupende che continuano ancora oggi e personalmente ebbi l’occasione di iniziare a lavorare nelle nasciture radio e tv private, oltre che per il quotidiano locale, tanto che a 17 anni dovetti lasciare il liceo perché ero impegnato 12 ore al giorno. Opportunità che a Milano non avrei mai avuto.

Mi piacerebbe raccontarlo ad Anna Lewandowksi, che probabilmente mi starebbe ad ascoltare: non è infatti che si sia confidata con amiche o parenti, ma con tutto il suo vasto pubblico social. Immagino per avere conforto, consigli, solidarietà. Poveretta.

Che dite, le scrivo un commento sotto al post? Perché non ho altro da aggiungere qui: mi basta aspettare il prossimo telegiornale per avere la conferma che Anna non stia capendo fino in fondo, anzi proprio per niente, la differenza che c’è tra fortuna e miseria, tra destino e trappole della vita. Le scriverei di andarsi a vedere “Finché c’è guerra c’è speranza” con Alberto Sordi, basterebbe guardare solo la scena finale, se esistesse una versione in tedesco, spagnolo o inglese. In polacco non credo.

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