LASCIAMO AI 16ENNI IL DIRITTO ALL’IMMATURITA’

di JOHNNY RONCALLI – Don Antonio Mazzi torna sulla questione del voto a sedici anni. Sul “Corriere della sera” firma un articolo dal titolo inequivocabile: “Sì, ai ragazzi servono sfide più grandi”.

Non è una causa dell’ultima ora per Don Antonio Mazzi, lo ricorda lui stesso, risale almeno a vent’anni fa, ed è una causa che rispetto, ma verso la quale mi sento in assoluto disaccordo.

Il diritto al voto, per don Mazzi, rappresenta una “stupenda occasione per maturare”, “di partecipare attivamente alla gestione e alle modalità dello stare insieme”.

I ragazzi, i sedicenni di oggi, non sono i sedicenni di ieri, inevitabilmente. Lasciamo stare la pandemia, la DAD, l’atrofizzazione delle possibilità d’incontro, i sedicenni di oggi non sono quelli di ieri perché l’esposizione alle vicende del mondo, alle vicende della vita, è mutata. L’esposizione è divenuta più un martellamento al quale si espongono volontariamente, ma io non credo che questo significhi maggiore conoscenza del mondo, delle cose del mondo, non credo che questo significhi più maturità, la maturità che peraltro nemmeno molti diciottenni e nemmeno gli adulti in genere spesso mostrano.

Io mi guardo intorno e non riesco a vedere i sedicenni che vede Don Mazzi, vedo ragazzini e ragazzine immaturi, i quali credo debbano anche rivendicare il diritto a essere immaturi, a guardarsi intorno, studiare cosa accade intorno a loro, iniziare a comprendere che il meglio, e il peggio, deve ancora arrivare e ci sarà tempo per mostrare pensieri maturi come per professare stoltezza prolungata.

Un diritto a essere immaturi che nulla ha da spartire con le risse sconsiderate delle quali periodicamente li abbiamo visti rendersi protagonisti. Solo alcuni, una minima parte di loro, per carità, ma anche questo vedo.

Dice ancora Don Mazzi, “oggi, davanti alla morte, un ragazzo di dieci anni si fa le stesse domande di un uomo di trenta e davanti alla violenza e alle ingiustizie ha già interpretazioni più profonde delle nostre. Dobbiamo provocare e lasciarci provocare dalla vita. Prima entriamo nelle storie, nelle situazioni, nelle disperazioni e nelle speranze, nei bisogni e nei problemi della gente e più viviamo e facciamo vivere”.

Io non credo che le domande di un bambino di dieci anni, davanti alla morte, siano diverse da quelle che mi ponevo io quaranta anni fa. O i miei coetanei, oppure i ragazzi di cento anni fa. Oppure sì, diverse, è possibile, non sono sicuro siano però domande necessariamente più profonde, questo proprio no.

Don Mazzi vede il diritto al voto come occasione di crescita, un impegno che automaticamente ti rende più maturo. Però mi chiedo, o i ragazzi oggi sono già più maturi o il voto è occasione di crescita, una delle due: parrebbe entrambe per Don Mazzi.

A mio parere, il voto dovrebbe essere un riconoscimento, non la via per acquisire maggiore maturità, non una sfida per crescere più in fretta, ancora più in fretta, non bastasse il presunto e fasullo essere adulti che l’accesso incondizionato alle faccende del mondo infonde. Già a dieci anni, questo sì, è vero, ma non rallegra nessuno.

Certo, anche a diciotto anni il diritto al voto è una sfida, dovrebbe rappresentare un’assunzione di maturità, una maturità che anche a quell’età non può esserci, ma uno spartiacque va posto, non c’è dubbio, e diciotto anni mi pare un più che ragionevole accesso alla vita partecipata del paese, per così dire. In fondo è il momento in cui si diventa maggiorenni, almeno formalmente e ufficialmente.

Arriverà poi l’era del voto a quattordici anni? E poi dodici? Esiste già una forzata e supposta crescita che i tempi impongono, il voto non farebbe altro che confermare la deriva supersonica degli adolescenti di oggi. Ma una volta alla deriva, ritrovare la terra ferma non è impresa facile, e infatti di terre ferme se ne colgono sempre meno.

Lasciamo le cose come stanno, spensieratezza e soprattutto inquietudini non mancano a quella età, il voto può aspettare.

Sempre che, a proposito di voti, qualcuno non ne abbia proprio bisogno…

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