L’ANGOSCIA DELLE ORE 18

di MARIO SCHIANI – Scrivo queste note nella tarda – vabbè: tardissima – mattinata di domenica. So bene infatti che se aspettassi il tardo pomeriggio il tono delle suddette cambierebbe, e di molto. Scenderebbe sul grave, se non sul gravissimo, perché ormai è così: le nostre giornate hanno un punto di svolta fisso, annunciato, implacabile.

Anche oggi alle 18, o poco  dopo, il capo della Protezione Civile Angelo Borrelli leggerà il suo bollettino: tanti contagi, tanti morti, tanti guariti, tanti in terapia intensiva. Da quel momento, l’animo conoscerà il suo quotidiano precipizio: dapprima farà esperienza del tuffo a caduta libera, poi, in affanno, cercherà un paracadute.

Ogni appiglio è buono: soprattutto l’egoismo. Sì, ammette l’animo disperato, ci sono ancora tanti morti ma sono quasi tutti ottantenni o novantenni. Sì, ma avevano malattie pregresse (e tuttavia dovremmo riconoscere che è la vita stessa, quando ormai abbastanza lunga, a essere una malattia pregressa). Sì, ma ci sono più guariti. Sì, ma la mia provincia non è la più colpita. Sì, ma a Codogno non si ammala più nessuno. Sì, ma in Cina ce l’hanno fatta.

Questa del bollettino delle 18 è una nuova forma di angoscia di massa che, forse, ancora non conoscevamo. Ci eravamo abituati (?) a essere presi per il bavero, di tanto in tanto, dal terrorismo: un picco di ansia e preoccupazione che, con il passar dei giorni, scemava attraverso un rituale collaudato – la rabbia, il dolore, le bandierine e gli hashtag di solidarietà e, infine, il polemicone a Porta a Porta e Piazzapulita – per poi  tornare a impennarsi alla successiva, feroce mascalzonata.

Il bollettino delle 18 è invece sistematico: un attentato quotidiano al nostro equilibrio mentale. Eppure, dovremo imparare a conviverci. Come? Non credo ci sia una ricetta. I nostri nonni impararono a convivere con i bollettini di guerra e certo non doveva essere meno doloroso leggerli, ogni giorno, sia pure indorati com’erano di prosa eufemistica (“rettifica del fronte”, “ritirata strategica”), quando in uniforme c’era il proprio figlio o il proprio nipote.

Impareremo anche noi, per forza, e forse sarà utile ricordare che, da parte nostra, non c’è molto da fare se non tener duro e rigar dritto con l’isolamento e le precauzioni. Borrelli non ha il cipiglio di Cadorna o Diaz, non annuncia disfatte o trionfi ma numeri. E alla fine se ne uscirà di sicuro con quello giusto: zero

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