L’AGRICOLTURA ITALIANA CORRE TRA LE BRACCIA DI UN UNICO PADRONE

«Quattro agricoltori rimasti che non servono a niente».

La frase di Stefano Feltri è un ottimo punto di partenza, perché racconta forse, ad insaputa del suo autore, cosa sta accadendo all’agricoltura italiana. Non si sa infatti se Feltri sia più stolto o compromesso: se non abbia capito cosa sta accadendo, oppure lo abbia capito fin troppo bene.

Perché mentre qualcuno considera l’agricoltura un settore residuale, il capitale sta facendo esattamente il contrario.

Il caso più evidente è Bonifiche Ferraresi, ormai il principale player agricolo italiano e uno dei più rilevanti poli agroindustriali europei, che vede nel suo azionariato la presenza di quello che una volta veniva definito il “salotto buono della finanza”. BF non è più semplicemente un’azienda che coltiva terra: è una piattaforma che integra produzione, trasformazione, marchi, distribuzione, tecnologia e finanza. È il passaggio dall’azienda agricola alla piattaforma agroalimentare.

E BF è ormai anche una sorta di testa di ponte del Governo per la componente agricola del Piano Mattei, con progetti in Africa che la vedono impegnata nella realizzazione di modelli agricoli e agroindustriali destinati (forse) a diventare replicabili o peggio ancora a delocalizzare quel poco di agricoltura che è rimasta nel nostro Paese.

Un ulteriore capitolo di questa vicenda è dedicato all’agricoltura biologica, con BF che ha preso la decisione di convertire al biologico l’intera produzione del gruppo, notizia che assume un significato che va oltre il mero comunicato.

Il bio dei pionieri nasceva come critica al modello agricolo industriale: meno input, più biodiversità, autonomia produttiva, rapporto diretto fra agricoltore e consumatore. Oggi il biologico è a tutti gli effetti un brand che alimenta anche un grande mercato, un segmento della distribuzione e rappresenta un posizionamento commerciale ed un asset finanziario.

Il paradosso è evidente: il sistema che il biologico aveva contribuito a contestare oggi può diventare il suo principale veicolo di espansione.

In questo quadro va letta anche la vicenda NaturaSì. Le indiscrezioni su una possibile acquisizione del controllo da parte di BF sono state smentite, ma BF è già il terzo azionista della società. Il problema, dunque, non è la singola operazione. È la progressiva concentrazione verticale della filiera biologica: terra, produzione, trasformazione, marchi e accesso al consumatore che tendono a convergere verso pochi grandi soggetti.

Ed è qui che entra in gioco la finanza.

Per decenni l’agricoltura è stata considerata troppo frammentata, rischiosa e poco redditizia per interessare il grande capitale. Oggi è diventata strategica proprio perché intorno alla terra ruotano acqua, energia, genetica, dati, logistica, trasformazione e distribuzione.

Il vecchio modello era quello dell’agricoltore proprietario della terra.

Quello che si sta affermando è l’integratore di filiera capace di controllare gli snodi attraverso i quali la terra diventa valore.

E in questa trasformazione sorprende, ma non agli occhi degli addetti ai lavori, il silenzio delle organizzazioni agricole. Coldiretti, storicamente vicina a BF e protagonista del sistema dei Consorzi Agrari, davanti a questa concentrazione sembra avere ben poco da obiettare.

È forse questo il vero tema che Feltri non ha colto, o ha colto fin troppo bene, cercando, in questo secondo caso, di riposizionarsi dopo la rottura con il suo ex datore di lavoro Carlo De Benedetti.

Non stanno scomparendo gli agricoltori perché «non servono a niente».

Sta cambiando il modo in cui l’agricoltura produce valore e, soprattutto, chi avrà il potere di appropriarsene.

Mentre qualcuno conta i pochi agricoltori rimasti, qualcun altro conta gli ettari, le società, le quote azionarie, i marchi e i canali distributivi.

E forse è proprio questa la fotografia più impietosa dell’agricoltura italiana che cambia.

Pubblicità

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *