Si dice che Giove, prima di mandare in malora qualcuno, lo rimbambisca: ne deriva che, ogniqualvolta ci troviamo di fronte ad un rimbambito, ci venga il sospetto che il padre degli dei abbia per lui un programmino poco gentile. Nel caso della scuola italiana, perciò, direi che la sentenza divina sia del tutto patente: siamo di fronte agli ultimi scampoli di demenza, prima della catastrofe risolutiva. Da tempo, vado lamentando la miserrima tendenza delle istituzioni scolastiche ad abbracciare tutto ciò che suoni in qualche modo moderno. Anzi, modernista, con tutta la declinazione in peggio che portano con sé i frequentativi: laicismo, sessismo, paternalismo eccetera.
Orbene, nel mondo della scuola, perlomeno fino a ieri, ogni trovata che sapesse, anche solo vagamente, di novità veniva entusiasticamente abbracciata dalle gerarchie educative, dal ministro (Dio conservi) fino all’ultimo professore. Così, abbiamo assistito all’ascesa della scuola progettuale, di quella inclusiva, di quella psichiatrica, di quella digitale fino all’ultimo gradino di questa discesa agli inferi: la scuola dell’intelligenza artificiale. Tutto sotto l’egida imperante del più caparbio modernismo, visto come l’excelsior. Solo che una delle caratteristiche storiche delle fughe in avanti è che, ogni volta, esse impongono ritorni all’indietro, talvolta precipitosi, una volta appurato l’esito catastrofico della bella invenzione.
Prendiamo la scuola digitale: il culto barbarico di ogni gadget, di ogni device, di ogni app, insomma, di ogni cosa che abbia un nome vagamente anglosassone e si possa far funzionare con l’elettricità. La scuola subisce un fascino ossedente da parte della lingua inglese: sarà che gli Italiani lo parlano malissimo, sarà che le shopping bag di Harrod’s spopolano tra le professoresse di lingue, ma il linguaggio di Albione da noi è un poderoso specchietto per le allodole. Fatto sta che nelle scuole hanno dilagato lavagne interattive, tablet, portatili e cellulari. Finchè qualcuno non si è accorto, alla buonora, che il re camminava nudo per strada: che i ragazzi, a forza di digitare a due pollici, non erano più capaci di scrivere un’acca maiuscola. Di più, non sapevano scrivere tout court: vergavano temi e relazioni in stampatello, ormai dimentichi dell’uso del corsivo.
Eppure, proprio il ritorno del corsivo era stata l’innovazione straordinaria che aveva permesso di abbandonare il macchinoso sistema abbreviativo medievale e di velocizzare enormemente i tempi di scrittura: in definitiva, anche il corsivo fu una straordinaria modernizzazione. Solo che funzionava: non rimbambiva adulti e ragazzini. Semmai, induceva alla riflessione, mentre si scriveva. Fatto si è che, siccome nei paesi scandinavi, che ai nostri occhi provincialotti sono l’origine di ogni umana meraviglia, hanno capito per primi che tutta questa intelligenza artificiale cancella progressivamente quella naturale e che la cervellizzazione è meglio della digitalizzazione tornando alla scrittura manuale e bandendo i marchingegni dalle scuole, anche da noi qualcuno si è destato dal letargo e si è, finalmente, accorto che questa scuola modernissima, inclusiva e digitale, sforna analfabeti a manetta.
Di qui la proposta geniale, così annunciata per quest’anno: ritorniamo al corsivo! A parte che il corsivo non era mai stato ufficialmente bandito, ma solo seppellito dalle macerie delle sesquipedali scemenze innovative di cui sopra, sarebbe questa la bella scoperta? Ma possibile che siamo destinati, in ogni campo delle umane attività, ad essere vittime di un’accolita di mediocri, che prima fanno e poi disfano: dal woke all’intelligenza artificiale? Dove li vanno a prendere questi cervelloni dell’avanti e indrè: alla discarica dei cervelli dismessi? Eppure essi esistono, pontificano, producono ordinanze e circolari, salvo poi rimangiarsele serenamente, annunciando il tutto come rivoluzionario: e a nessuno viene in mente di chiedere che se ne vadano. Che, dopo simili dimostrazioni di insulsaggine e di assenza di idee, forse forse sarebbe il caso di imbarcarli.
No, invece continuano, imperterriti, ad inventare idiozie che, dopo un po’, impongono una marcia indietro clamorosa. E non ce n’è uno che dica: scusate, ci siamo sbagliati. Così, adesso, riscoprono la scrittura in corsivo, dopo che, per anni, brave maestre e bravi professori hanno lamentato disperatamente la desolante incapacità grafica dei nostri studenti, mascherata da DSA, naturalmente. Invece, qui non si tratta di disturbo dell’apprendimento degli studenti, ma di disturbo psichiatrico dei ministri, viceministri e attachés vari. Perché, come si diceva, Giove fa impazzire quelli che vuole perdere.
