Giuseppina Di Foggia, fino a pochi giorni fa boiarda di Stato di alto livello – solo da tre anni Ad e Dg di Terna, la società a partecipazione pubblica di distribuzione di energia elettrica – ma poco nota al grande pubblico, sale alla ribalta con un colpo di scena a effetto. Candidata per la presidenza Eni, la più grande società italiana, una poltrona prestigiosa che la farebbe uscire dall’anonimato, punta i piedi perché vuole la sua “piccola” buonuscita da Terna: la bellezza di 7.3 milioni di euro.
Ma come? Per un passaggio interno tra società che hanno lo stesso padrone, cioè il Ministero dell’economia – cioè lo Stato – cioè noi, che senso ha pretendere questa indennità? Sarebbe un trasferimento diretto senza interruzioni né perdita del posto di lavoro, la buonuscita di solito serve quando ti mettono alla porta senza tanti complimenti.
No, lei non vuole mollare quella montagna di soldi e si mette di traverso. Mette in imbarazzo anche chi l’ha voluta sulla poltrona di Terna, la stessa Meloni – grazie al buon rapporto del manager con la sorella Arianna – che le ha dato l’aut aut: o l’Eni o la buonuscita. Quindi, non siamo solo noi semplici cittadini e contribuenti ineccepibili a slogarci la mandibola dallo sgomento, c’è addirittura incredulità tra gli stessi sponsor. Attenti a chi si sceglie, la prossima volta. L’epilogo tardivo, con la Di Foggia che obtorto collo rinuncia all’indennità, non sposta di una virgola l’imbarazzo generale per una vicenda a dir poco emblematica sull’italian style di questi settori parastatali.
Torniamo un attimo ai conti. Non capendo bene tanta ritrosia sdegnata, mi sono andato a guardare bene i compensi in ballo. Intanto, perché così tanti soldi? La risposta è immediata: il compenso della signora in Terna si aggira intorno ai 3.8 milioni lordi annui (compresi i bonus), alla faccia del famoso tetto ai manager pubblici dei tempi di Renzi: vi ricordate i 240 mila euro lordi invalicabili nei periodi di crisi? Adesso sono diventati 255 mila, ma sono possibili eccezioni, calma, siamo in Italia. Calcolando tre anni di permanenza – già per un periodo così breve basterebbe alla fine una stretta di mano – le cifre ci possono stare. Sì, ma in un’azienda privata, tuttalpiù, aggiungo io. Invece, per l’ambitissima carica di presidente Eni, l’emolumento è “solo” 500 mila euro all’anno.
Capiamo bene che il trasferimento non è per niente conveniente, suvvia, Giuseppina sa fare di conto ed è evidente che per le sue tasche il giochino è a perdere. Il punto è chiaro e smarcato. Ci sono almeno un paio di cose che non vanno, per semplificare.
La prima è che le regole sulle aziende partecipate sono quantomeno lacunose. Intanto, dovremmo subito abolire la possibilità di indennità nel caso di passaggio tra società, eliminando questi obbrobri. Poi, classificare in modo chiaro e una volta per tutte i compensi per i top manager delle maggiori società a partecipazione statale, adeguandoli meglio ai livelli di mercato e abbandonando i tetti populisti e demagogici (se ci sono ancora) che attirano solo gente scarsa, insomma sarebbe il caso di diventare più moderni e attuali. Dovremmo anche stabilire un criterio di meritocrazia per aggiudicarsi le poltrone che decidono spesso gli indirizzi “sociali” del paese (bollette in primis, approvvigionamenti strategici, visione a lungo periodo ecc. ecc.) e non riciclare le stesse persone in quota a questo o a quello alla scadenza del mandato. Basterebbero queste tre mosse per cominciare a costruire una nuova credibilità e investire seriamente sulle nostre migliori società per garantirci un futuro migliore e un posto che conta tra i grandi.
La seconda e ultima nota riguarda la sgradevole spudoratezza di questi atteggiamenti che fa il paio con ciò che vediamo spesso in politica per un’abbinata perfetta al ribasso estremo. Questa classe dirigente, che ha avuto un passato anche importante da manager nel privato, è entrata nel cerchio magico dei boiardi di Stato che, nella visione datata ma autentica del fondatore di Repubblica Eugenio Scalfari “attraversano le ere geologiche della politica italiana, rimanendo in sella nonostante i cambi di governo”: aggiornando la simbologia, dovremmo dire che oggi, invece, decidono in autonomia in funzione del loro tornaconto anche con lo stesso governo, in un processo fuori controllo.
Un triste spettacolo che ci saremmo risparmiati volentieri.
