LA NUTELLA E GLI ALTRI, QUEL MADE IN ITALY DI LUSSEMBURGO

Nell’intervista concessa da Giovanni Ferrero ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera, il patron della Nutella ha detto una frase destinata a far discutere: «La sede legale è uno strumento giuridico, non un sentimento. Ferrero è italiana per cultura, stile, provenienza, estro creativo. È quello che conta».

Frase elegante. E persino condivisibile. Almeno fino a un certo punto.

Perché Ferrero è italianissima nell’immaginario: Alba, le Langhe, la Nutella, il capitalismo familiare piemontese trasformato in impero globale. Tutto vero.

Peccato che col fisco il sentimento nazionale si raffreddi parecchio.

La holding è in Lussemburgo. Giovanni Ferrero vive fiscalmente in Belgio. Per non parlare della provenienza delle materie prime: le nocciole arrivano soprattutto dalla Turchia, l’olio di palma da filiere globali tropicali assai lontane dalle colline piemontesi. Diciamo che, più che chilometro zero, siamo alla geopolitica della crema spalmabile.

Insomma: italiana per cultura, certo. Ma non troppo per geografia tributaria e supply chain.

E sia chiaro: Ferrero resta un imprenditore straordinario. Ha costruito uno dei più grandi gruppi alimentari del pianeta partendo dalla provincia italiana, con capacità industriale, visione e intelligenza strategica che meritano rispetto.

Allo stesso tempo sarebbe per lo meno superficiale trasformare la Nutella in una sorta di presidio salutista nazionale. Ferrero è un genio del marketing e dell’industria dolciaria, non un monaco macrobiotico: vende soprattutto zucchero elegantemente confezionato e desiderabilmente spalmabile, con tutte le conseguenze del caso. La sua grandezza imprenditoriale è fuori discussione; la piramide alimentare, un po’ meno.

Naturalmente è tutto perfettamente legale. E sarebbe sciocco trasformare Ferrero nel cattivo di turno. Anzi: il vero scandalo non è chi se ne va, ma un Paese che rende conveniente andarsene.

L’Italia ha una pressione fiscale spesso insostenibile, una burocrazia sadica e un’abitudine antica: trattare chi produce ricchezza come un sospettato in libertà vigilata. Poi però ci si stupisce se qualcuno porta la sede legale oltreconfine. È un po’ come tassare il vino come fosse petrolio e indignarsi perché la gente beve meno.

Quindi sì, qualche critica agli imprenditori che mantengono il marketing in Italia e il fisco altrove è inevitabile. Perché a essere italiani col brand e lussemburghesi con le imposte si vince facile. Patrioti per lo storytelling, cosmopoliti per l’Agenzia delle Entrate.

Ma la responsabilità più grande resta politica.

Da anni lo Stato offre agli imprenditori un gigantesco incentivo, che si trasforma velocemente in alibi per la fuga. E ogni governo sembra affrontare il problema con la stessa efficacia di un ombrello bucato durante un monsone.

Meno indignazione patriottica e più capacità di costruire un ecosistema competitivo sarebbero utili a tutti.

E qui una provocazione, civile, non populista, forse meriterebbe almeno una discussione: impedire a chi ha sede legale fuori dall’Italia di fregiarsi del marchio “Made in Italy”.

Legge a costo zero. Se l’italianità è un valore commerciale, allora dovrebbe esserlo anche fiscalmente. Altrimenti il tricolore rischia di diventare soltanto un eccellente packaging.

Nel frattempo andrebbero quasi beatificati quegli imprenditori che restano in Italia, pagano qui le tasse, investono qui e continuano eroicamente a sopravvivere tra adempimenti, cartelle, burocrazia e acrobazie normative.

Più che capitani d’impresa, ormai, asceti fiscali.

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