LA FRANCIA NON SBAGLIA MAI, MA RICHIUDE LE SCUOLE

di MARIO SCHIANI – Che bello ritrovare l’amico al bar, che delizia rivedere i negozi con le serrande alzate e che piacere incrociare alla macchinetta del caffè, mantenendo le distanza prescritta, il collega con il quale abbiamo in sospeso un fantacalcio. E lo spettacolo delle mamme a passeggio con i bambini, dove lo mettiamo? Uno spettacolo i bambini, si capisce, ma qualche volta anche le mamme. Bella la vita che torna, insomma, e, soprattutto, che bella cosa ‘na jurnata ‘e sole, e l’aria serena dopo ‘na tempesta.

Ma… ebbene sì, c’è un ma. L’entusiasmo per la fase 2 (o 3?, non sono sicuro) è più che comprensibile e non ci sono dubbi sull’impellenza di rimetterci in moto. Lo impongono le ragioni dell’economia, ma non solo: anche quelle dell’esistenza stessa. Fatti non fummo per viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza e concludere il tutto con una passeggiata digestiva. Tuttavia, come è facilissimo trovare citazioni adatte a confermarci nel desiderio di riprendere a vivere, altrettanto agevole è recuperarne altre intese a ricondurci alla prudenza. E quando le citazioni non bastano, ecco che spunta la realtà.

In queste ore, uno spiffero gelido di realtà arriva dalla Francia: “Settanta scuole elementari e materne sono state chiuse – scrive l’Ansa – dopo la scoperta di nuovi casi di Coronavirus a una settimana dalla fine del lockdown”.

Secondo il ministro dell’Istruzione Jean-Nichel Blanquer “si tratta probabilmente di contagi contratti prima di tornare a scuola, all’uscita dal confinamento”. Il ministro ha aggiunto che questi casi non rimettono in discussione la politica di riapertura progressiva delle scuole decisa del governo: “Le conseguenze del non andare a scuola sono molto più gravi”, ha aggiunto.

Qui si potrebbe aprire un dibattitone su un tema a scelta tra: l’efficacia della didattica a distanza, la socialità tra gli adolescenti e i pre-adolescenti, la funzione della scuola quale parcheggio dell’infanzia e le politiche governative in fatto di salute pubblica. Già che ci siamo potremmo appoggiare anche qualche battuta sull’assenza dei bidet in Francia e rispolverare, tanto per gradire, il decisivo rigore di Grosso nella finale del 2006.

Il punto è un altro: ci stiamo abbandonando all’inerzia della ripresa con una cedevolezza spontanea, ma non abbastanza razionale. Il nodo delle scuole rimane al centro dell’emergenza Coronavirus: riaprire le classi significa ricreare, almeno potenzialmente, le condizioni per la circolazione del morbo.

Prendiamo atto che il governo francese non “rimette in discussione” se stesso – raramente i governi sono capaci di autocritica – ma noi cittadini, per favore, non perdiamo di vista il fatto che qui, prima di riparlare di “normalità” con cognizione di causa, bisognerà far fuori la maledetta bestiaccia.

Fino a oggi possiamo dire di aver meritato un’ampia sufficienza, diciamo un 7 (che volete? Io rimango legato al sistema di voti in uso il secolo scorso), non vorremmo precipitare al 4 proprio a fine quadrimestre. Per parafrasare il ministro: le conseguenze di questo brutto voto sarebbero molto gravi.

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