PRIMA E OLTRE IL BUSINESS

di GHERARDO MAGRI – Come nelle classi del liceo o delle allegre compagnie dei diciotto anni, se sotto non ci sono sostanza e vera amicizia ci si perde. L’esperienza sul campo di 44 anni di cene consecutive dall’anno del diploma, con una media annuale di 18 e virgola partecipanti, la dice lunga. Perché già allora eravamo affiatati e ci parlavamo, sia pur in mezzo a feroci contrapposizioni (che parola desueta) politiche e ideologiche. Quelli, invece, che tentano improbabili réunion dopo tanto tempo, sconfinano nel patetico e faticano pure a riconoscersi. Di sicuro rimarranno delle una tantum.

Così nelle organizzazioni aziendali, in particolare nelle medie-grandi dimensioni. Se non prepari il terreno nel tempo, soprattutto nei momenti buoni, con un solido lavoro di squadra, con coerenza e consistenza, al primo problema vero, le persone si squagliano e assisti a un fuggi fuggi disordinato. Non ci si inventa al momento. Le improvvisazioni e le copiature hanno le gambe corte.

Manager e gruppi dirigenti che in questi due mesi e rotti sono ricorsi a consulenti o hanno cercato di cambiare atteggiamento all’occorrenza, perderanno credibilità in fretta e niente sarà più come prima. Nelle otto ore di lavoro quotidiano non puoi reggere a un ruolo che non è il tuo, la gente ti sgama. Sei allo scoperto. Le qualità intangibili come fiducia, vicinanza, sostegno, comprensione e proattività sono cruciali nei periodi foschi. Se le hai curate e allenate nel tempo, le tiri fuori e dai il meglio di tè. Se pensi sempre e solo a quelle tangibili come produttività, numeri, efficienza e target, sei in ginocchio e non ti riprendi in tempi brevi.

Cronaca dal mondo dei forzati allo smart working.

Ho appena finito uno skype-show con centinaia di colleghi, reparto per reparto, per scambiarci opinioni e rispondere a qualsiasi domanda. Premetto che nei 45 giorni lavorativi (63 di calendario) che ci hanno visti chiusi in casa a mandare avanti un’azienda, dando seguito a un suggerimento di un collega, ho scritto giornalmente un “diario di bordo” sui temi più disparati, oltre che di business. È stato un percorso ininterrotto e sorprendente di un dialogo scritto, fatto da tante risposte di insospettabili e bravi colleghi che si sono messi a scrivere anche di sé stessi. E di una fitta rete di videochiamate a cascata tra i vari dipartimenti.

Riporto alcune verbalizzazioni degne di nota, raccolte dal vivo.

«Vivo lontano dai miei genitori e dai miei cari, ma in questo periodo mi sono sentito come fossi in famiglia grazie alla vicinanza di tutti i miei colleghi»; «Abbiamo usato nuovi mezzi di comunicazione e nuove tecnologie, ma abbiamo mantenuto le nostre ricche relazioni umane personali e di team di prima, forse ancora di più»; «I clienti hanno apprezzato molto che li chiamassimo anche solo per chiedergli come stavano»; «Abbiamo aiutato i nostri partner a cercare i famosi DPI sul territorio e non finivano di ringraziarci»; «Il mio responsabile, nelle skype giornaliere che ha chiamato Un Caffè Con, ci ha tenuto molto uniti»; «La scelta di farci fare la ferie e non la cassa integrazione è stata felice». «Abbiamo lanciato dei progetti che mai ci saremmo sognato di fare in tempi così brevi»; «L’esperienza di dovermi adattare a fare cose in modo diverso mi ha cambiato e arricchito».

In azienda è stato un fondamentale processo di relazione nei momenti terribili di calma piatta nei risultati, soprattutto in aprile e maggio. Si è riempito un vuoto quasi assoluto di attività standard con una sorta di nuovo umanesimo aziendale, ricco di contenuti e di riscoperta immaterialità. Ce lo porteremo dietro come serbatoio di energia per ripartire e per migliorare (almeno) il nostro mondo del lavoro.

 

 

 

 

 

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