LA BOMBA INFLAZIONE TRA I CAMPI: ORMAI COSTA PIU’ IL CONCIME DEL RISO

L’agricoltura, settore primario e fondamentale per la sopravvivenza della razza umana, sta vivendo un periodo di grande confusione e incertezza.

Oggi gli agricoltori non devono soltanto confrontarsi con cambiamenti climatici, incendi, burocrazia e disgrazie varie, ma devono fare i conti con una serie di criticità portate dalla crisi pandemica, le più preoccupanti delle quali stanno riguardando i prezzi dei mezzi di produzione.

I prezzi delle commodities alimentari, al pari di altri beni di consumo, stanno impazzendo per la spirale inflattiva innescata anche dagli alti costi dell’energia.

Mai come oggi le connessioni tra l’agricoltura intensiva ed il consumo di idrocarburi appaiono evidenti, con risvolti critici sia per il potere di acquisto delle famiglie, sia per un’auspicabile ripresa economica globale.

Gli effetti di questa pericolosa risalita dei prezzi ricadono soprattutto su questa tipologia di agricoltura, la mega-agricoltura, che, malgrado i limiti imposti dalla sua, ormai acclarata, insostenibilità ambientale ed economica, è considerata la fonte primaria per assicurare l’approvvigionamento alimentare di larghe fette della popolazione del pianeta.

L’agricoltura intensiva tra i suoi principi cardine annovera il ricorso massiccio a concimazioni chimiche, tanto che nel mondo quasi tutte le colture alimentari più diffuse e necessarie per l’alimentazione umana vengono prodotte con l’ausilio di questi fertilizzanti.

Utilizzare concimi chimici vuol dire incrementare le rese delle colture, ma allo stesso tempo determina seri problemi di sostenibilità ambientale ed economica.

Da quando è partita la produzione di fertilizzanti sintetici, poco più di un secolo fa, la popolazione planetaria è pressochè quadruplicata, arrivando agli attuali 8 miliardi di abitanti, un’escalation certo incoraggiata anche dall’incremento della disponibilità di cibo.

Alcuni analisti addirittura azzardano un’inedita correlazione tra la produzione, l’utilizzo di concimi azotati e la crescita della popolazione mondiale.

Dunque, il mercato dei mezzi di produzione agricoli (semi, carburanti, concimi, diserbanti, etc.) è alle prese con una vertiginosa risalita dei prezzi di acquisto.

Questa esplosione dei costi e la conseguente ridotta possibilità di acquisto dei fertilizzanti stanno provocando serissime difficoltà agli agricoltori: in Thailandia, ad esempio, il presidente della locale Associazione di agricoltori ha dichiarato che i prezzi dei concimi sono raddoppiati, fino a raggiungere il paradosso che una tonnellata di fertilizzante è più costosa di una tonnellata di riso.

Gli agricoltori, per fronteggiare questa situazione devono fare di necessità virtù, ad esempio cercando di ridurre gli apporti di concimi chimici, che se dal punto di vista ambientale e salutistico è sicuramente un bene, da un punto di vista agronomico pone il serio problema della riduzione delle rese.

E rese limitate determinano un calo dell’offerta, con prezzi di acquisto del cibo sempre più elevati.

A novembre 2021 il Food Price Index – indice dei prezzi – della FAO (l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura) ha raggiunto una media di 134,4 punti. Non toccava valori simili da un decennio; per la precisione dal mese di giugno del 2011, quando la speculazione sul cibo era ai suoi massimi storici.

I motivi della risalita impetuosa dei prezzi dei concimi chimici sono imputabili fondamentalmente a due fattori: il costo dell’energia e quello dei trasporti.

Il gas è fondamentale nel processo di produzione di fertilizzanti e il suo costo condiziona il prezzo dei concimi; per fare qualche esempio, l’urea è passata da 350 euro a 850 euro a tonnellata (+143%), il prezzo del fosfato biammonico è raddoppiato (+100%), da 350 a 700 euro a tonnellata, mentre prodotti di estrazione come il perfosfato minerale registrano una crescita del 65% (dati Huffington Post).

Ma l’utilizzo del gas in agricoltura non è limitato alla produzione di concimi chimici, esso è infatti necessario anche nel processo di produzione dell’additivo noto come “AdBlue”, un composto formato da urea tecnica e acqua, necessario per il funzionamento dei trattori di nuova generazione. I prezzi astronomici e la relativa scarsa disponibilità hanno fatto scattare una corsa all’accaparramento da parte degli agricoltori preoccupati per il difficile reperimento futuro.

Anche i costi dei trasporti stanno incidendo notevolmente sulle dinamiche dei prezzi: gli aumenti dei noli marittimi e dei costi di noleggio dei container sono assolutamente spropositati, in alcuni casi trasportare un container è più costoso del valore della stessa merce contenuta.

La crisi alimentare è oramai conclamata in tutti i Paesi, soprattutto in quelli a sovranità alimentare limitata.

La “bolletta alimentare” globale data dai costi delle importazioni, inclusiva dei costi di trasporto, nel 2021 è destinata a toccare un valore record superiore ai 1.800 miliardi di dollari, in crescita di quasi il 20% dal 2020 (dati Sole 24 Ore).

Sembra la tempesta perfetta.

Alcune nazioni, non si sa bene se per cautelarsi o per una raffinata strategia politica, stanno riducendo o addirittura azzerando le esportazioni di mezzi di produzione e beni di prima necessità, inclusa l’energia.

Lo scenario è preoccupante e pone diversi interrogativi.

La sovranità alimentare, di cui spesso si disconosce il significato, è un esercizio di bieco e facile opportunismo politico, o, come auspicabile, un imperativo di una classe dirigente degna di questo nome?

Ci dobbiamo rassegnare a considerare pasta e caffè come beni di lusso riservati a una èlite, oppure è preferibile cominciare ad adottare iniziative politiche a favore degli agricoltori per evitarne la fuga delle campagne?

La crisi dei prezzi dei fertilizzanti è una criticità da subire passivamente, oppure un’opportunità da cogliere per cercare di attenuare l’incidenza e il peso dell’agricoltura intensiva, a favore di un’agricoltura sostenibile e attenta agli aspetti ambientali e salutistici?

Possiamo e dobbiamo saper cogliere i lati positivi da questi periodi oscuri, altrimenti non ci resta che inchinarci supini a quanto dichiarato, in tempi non sospetti, da Henry Kissinger (uno che la sapeva lunga): “Chi controlla il petrolio controlla le nazioni, chi controlla il cibo controlla i popoli”.

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