L’8 SETTEMBRE CHE NON FINISCE MAI

Da settantasei anni, ovvero da ogni 8 settembre che Dio manda in terra, si rinnovano le recriminazioni, le contumelie, i mugugni e, inevitabilmente, le polemiche su quella data, così vergognosamente dolorosa per la storia dell’Italia. Eppure, nonostante tutto questo fervere di opinioni contrastanti, nonostante tutto questo dividersi sulla vita e la morte della Patria, ho sempre l’impressione che cosa sia esattamente successo l’8 settembre del 1943 non sia chiarissimo a tutti e che, soprattutto, non lo siano le sue implicazioni.

Così, cercherò di mettere a fuoco le questioni salienti della nostra capitolazione, molto in breve, lasciandovi, poi, se lo credete opportuno, a continuare a litigare sulla data fatidica.

Cominciamo col dire, anche se, forse, non ce ne sarebbe bisogno, che l’8 settembre non è né la data della caduta del fascismo né quella dell’armistizio di Cassibile. Mussolini era stato messo in minoranza dal Gran Consiglio e, poco dopo, arrestato dai Carabinieri, il 25 luglio. Dopo lo sbarco in Sicilia, la guerra era palesemente perduta e questo disastro trascinò evidentemente con sé il regime che ne era stato il responsabile.

Dunque, a tessere le fila del futuro armistizio fu Pietro Badoglio, controversa figura di soldato, eccellente sul Sabotino e pessimo a Caporetto, che era, soprattutto, un massone e un maneggione: la sua principale preoccupazione erano, naturalmente, gli alleati tedeschi, che avevano mangiato la foglia e si stavano organizzando per occupare militarmente la Penisola. Di qui, negli abboccamenti preliminari con gli angloamericani, egli badò bene di mettere le mani avanti: chiese anche un aviosbarco a Roma, per proteggere il Re e il governo, che risultò impraticabile. A quel punto, domandò che la firma della capitolazione non venisse resa pubblica, per dare il tempo ai medesimi di tagliare la corda e di raggiungere i territori occupati dagli Alleati.

Nel frattempo, Badoglio continuò a rassicurare i tedeschi circa la propria incrollabile fedeltà e circa il fatto che, Mussolini o non Mussolini, la guerra sarebbe proseguita al loro fianco. Solo che, ormai, tutti, perfino l’ultimo ottuso Feldwebel bavarese, avevano capito che il Maresciallo ciurlava nel manico.

Così, il 3 settembre 1943, a Cassibile, in Sicilia, venne inviato il generale Castellano, affinchè firmasse il celebre armistizio. La scena, immortalata dai fotografi del Signal Corps, è un’icona preziosa di cosa fossero, allora, i generali italiani: Castellano, bassetto e un po’ pelato, indossava un abito a doppiopetto, che lo faceva sembrare un impiegato delle Poste. Intorno a lui, in divisa, i comandanti alleati, belli comodi, in camicia combat e pantaloni. L’omino, che non aveva alcuna delega da parte di Badoglio, che non si voleva compromettere, firmò lo “short armistice”, ovvero la cessazione delle ostilità: il 29 settembre, Badoglio in persona firmò, invece, l’armistizio vero, il “long armistice”, sulla corazzata Nelson. Vi si dichiarava che l’Italia aveva operato una guerra d’aggressione e, perciò, la resa avrebbe avuto carattere punitivo: come, infatti, purtroppo avrebbe avuto.

Dunque, il 3 settembre, a parte il viaggetto di castellano in Sicilia, non successe nulla: Badoglio, a Roma, era sempre più preoccupato e stava organizzando il fugone collettivo. Alla fine, gli Alleati, evidentemente stufi di questo procrastinare, annunciarono, da una radio marocchina, l’avvenuto armistizio e Badoglio dovette abbozzare: registrò un comunicato alla nazione su di un vinile, l’affidò all’Eiar e se la filò, col Re, i ministri e un codazzo di manutengoli, diretto a Brindisi via mare.

Il punto chiave della sordida vicenda, io credo, consiste nel tenore del comunicato badogliano: passi il voltafaccia mal dissimulato, passi la fuga dei principali capi militari e politici, passi perfino l’aver abbandonato il proprio popolo alle preventivabili rappresaglie dell’ex alleato, evidentemente inferocito. Ma, imperdonabile, è l’invito fatto ai nostri soldati, dislocati in centinaia di migliaia, in Italia e, soprattutto, fuori dall’Italia, di resistere contro qualunque attacco proveniente da altri, che non fossero gli Alleati.

E questi altri chi avrebbero potuto essere se non i Tedeschi? Con un piccolo, ma determinante, particolare: che l’Italia non era in guerra con la Germania, anche se non era più in guerra con gli angloamericani. L’inevitabile salto della quaglia sarebbe venuto solo il 13 ottobre. Dunque, se i soldati italiani avessero obbedito all’ordine del loro comandante in capo, sarebbero stati franchi tiratori e, come tali, passibili di fucilazione, secondo il diritto internazionale. Capito bene? Non secondo la furia rabbiosa di Hitler, ma secondo le convenzioni internazionali. Questo portò a tragedie immani, come quella della divisione “Acqui”, e rese il mezzo milione abbondante di nostri militari, catturato dai Tedeschi, non prigionieri di guerra ma IMI, Internati Militari Italiani: gente priva della tutela della Convenzione di Ginevra.

Ecco, mi pare di aver detto tutto l’essenziale. L’8 settembre è una data impressa a fuoco nella nostra storia e che ci ha coperto di una vergogna che, purtroppo, ancora spesso ci viene rinfacciata: ma non perché si è perso. In una guerra si può vincere e si può perdere, e si può perfino cambiare schieramento senza rinunciare al proprio onore: le guerre settecentesche ne sono un esempio palmare. Ma non si possono tradire i propri soldati: i vivi e i morti. Non si può abbandonare la propria gente per salvare la propria pellaccia: questo sì che è disonorevole.

E, quindi, lasciatemi concludere in maniera un po’ stentorea: l’8 settembre del 1943 non è stato la morte della Patria. E’ stato, semmai, la morte della fiducia nella classe dirigente di questo Paese: perché, da allora, i Badoglio si sono succeduti alla sua guida. E quasi ogni giorno, ormai, è un 8 settembre.

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