JOE BIDEN, IL PACIFISTA

di MARIO SCHIANI – E così, in tre mosse, l’immagine che buona parte dell’Occidente extra-americano si era fatta del presidente Joe Biden si è squagliata come un Digestive nel tè al limone. Globalista, pacifista e diplomatico? Siamo sicuri? In pochi mesi ha “nazionalizzato” la distribuzione dei vaccini anti-Covid, ordinato un bombardamento in Siria contro le milizie spalleggiate dall’Iran e insultato il leader russo Putin, definendolo “assassino” e minacciandolo di ritorsioni per le sue “interferenze”. Un bullo, insomma. E per di più un bullo ammantato di ipocrisia, che si circonda di poetesse e cantanti pop, attori benpensanti, attivisti “gauche” e intellettuali liberal per poi comportarsi come, e anzi peggio, degli altri.

Tanto è vero che da questa parte dell’Oceano i nostalgici di Trump hanno subito sottolineato le differenze: nei suoi quattro anni di presidenza il loro campione non ha bombardato nessuno, ha aperto nuovi fronti di dialogo con l’Afghanistane, in fatto di globalismo, si è sempre dichiarato contrario e dunque se non altro è stato coerente.

L’equazione, allora, sembra semplicissima: se tutti credevano che A fosse buono e B cattivo, quando A si rivela per cattivo vuol dire che B è buono. Giusto?

No. Trump resta il presidente che ha riportato in auge un vecchio arnese come i dazi (anche se Biden purtroppo non sembra per ora avere troppa fretta di sbarazzarsene), il responsabile di una politica dell’immigrazione che ha separato centinaia di genitori dai loro bambini e rinfocolato un clima di tensione razziale che rimane endemico nel tessuto sociale americano (è il presidente che ha osato “flirtare” con la parte più inquietante dall’America razzista e complottista), il diplomatico che ha concesso un piedistallo da statista (e una virtuale immunità) a un personaggio sinistro come Kim Jung-un e il politico che più di altri ha mestato nel torbido della disinformazione social. In quanto a pacifismo, non risulta abbia “eliminato” il generale iraniano Soleimani inviandogli dei fiori. Bisogna poi considerare che anche la politica di disimpegno dalla guerra ha le sue conseguenze. L’aver riportato a casa tanti soldati americani è stata una decisione certamente popolare, per Trump, ma qualcuno ne ha pagato il prezzo: nel 2018 e nel 2019 le morti per attacco terroristico in Afghanistan sono quasi raddoppiate rispetto agli anni precedenti.

Vien da dire che il Biden “buono” e il Trump “cattivo”, o viceversa, sono solo proiezioni della nostra localissima partigianeria, che trasferisce a livello di geopolitica le beghe, non dico per Palazzo Chigi, ma per la presidenza della Regione e la maggioranza nel Consiglio comunale di Capracotta.

Biden, in termini di conciliazione, ha per ora fatto un giro di telefonate agli alleati europei assicurando loro, con uno slogan, che “America is back” e ha rimesso gli Stati Uniti sui binari della cooperazione in fatto di accordi sul clima. Nient’altro. Personalmente, trovo azzeccato il commento espresso dallo storico e antropologo israeliano Yuval Noah Harari in occasione del primo discorso post-elettorale di Biden: solo dopo quattro anni di Trump possiamo scambiare parole tanto modeste per un epocale segnale di cambiamento.

Nel frattempo, Russia e Cina continuano a fare Russia e Cina. La prima interferendo e minacciando a più non posso nella speranza che al suo confine occidentale non si formi un’Europa forte e compatta (la transizione verso Ovest dei Paesi un tempo ancorati all’Unione Sovietica la lascia vulnerabile proprio in quell’area) e la seconda impegnata nella corsa al riscatto economico e alla conquista del ruolo di potenza mondiale a lungo negatole in termini umilianti dalla storia moderna, ferma restando nella determinazione a impedire ad ogni costo, anche con la repressione più dura, quell’implosione del sistema comunista che portò l’Urss al tramonto.

In questo quadro una speranza ci sarebbe, ma talmente remota che vien quasi da ridere a metterla nero su bianco. Tuttavia, per cultura, memoria e potenzialità economico-scientifica, l’Europa potrebbe ritagliarsi un ruolo di federazione rispettata e mediatrice, coalizzandosi attorno a valori come il rispetto dei diritti umani, la libertà di opinione e il dialogo costruttivo. Ma, ripeto, è una barzelletta: nessuno lo vuole e nessuno ci crede, tanto che da dentro e da fuori l’Europa vien più comodo prenderla a schiaffi. E poi, diamine, presto ci sarà da eleggere il Consiglio comunale di Capracotta.

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