ESCORT PER PAGARSI GLI STUDI, COSA C’E’ DI MALE

di ELEONORA BALLISTA – Tanti, maledetti e subito. Sembra essere questa la filosofia di una studentessa universitaria che, rilasciando intervista al “Corriere”, racconta liberamente e tranquillamente come abbia deciso di fare la escort per pagarsi gli studi.

Non dichiara la propria identità, ma l’ammontare del guadagno mensile sì, riferendo di un’entrata di circa 6 mila euro, qualcosa più qualcosa meno.

E sembra che tale pratica cominci a essere diffusa e che coinvolga femmine e maschi.

Belli, giovani, acculturati e disponibili. Capaci di maneggiare internet e “surfare” nei siti di incontri sui quali si propongono come “sugar baby”.

Prostituzione? Ma no, questo termine lo rifiutano con forza perché “loro” il marciapiede non lo vedono nemmeno da lontano.

Lì, sulla strada, ci sono le vittime della tratta; il loro impegno, invece, è tutt’altra cosa. Così ci spiegano.

Il rapporto di queste escort universitarie con i loro clienti, pochi e selezionati, è paritario: nessuno prevale su nessuno. Semplice domanda-offerta: “Noi abbiamo la giovinezza, loro il denaro”, spiega, con fredda lucidità, una di loro.

Concepire la mercificazione del proprio corpo come un’attività redditizia al pari di qualsiasi altro lavoro credo lasci perplesso chiunque, ma loro, i “sugar baby” dicono di non provare nemmeno più imbarazzo, perché si tratta di una libera scelta.

Essendo studenti universitari fuori sede, che cioè frequentano l’università a Milano ma sono residenti in altre città, è anche facile tenere tutto nascosto ai genitori.

Col loro permesso, da genitore qui io comunque qualche dubbio l’avrei, perché mediamente guardando i propri figli con occhio un po’ attento è facile intuire un tenore di vita che, improvvisamente, si assesta in fascia più alta del solito. Così come mi chiederei dove abbia preso i soldi per pagare le tasse universitarie.

Ma non è nemmeno questo che mi induce a una riflessione e che mi fa anche correre un brivido in prospettiva.

Questa ragazza che, così serenamente, spiega la propria attività collaterale agli studi, precisa anche, quasi a giustificazione, che non farà questo per sempre.

No no, continuerà soltanto per qualche anno, giusto quel che serve per finire l’università e mettere da parte un po’ di soldi per poi avviare una propria attività, diciamo così, alla luce del sole. Un po’ come, in tempi andati, qualcuno della mia generazione potrebbe avere raccontato di quel lavoretto da cameriere nel periodo universitario.

Nota personale: durante i miei studi milanesi feci la hostess per Fiera Milano; anche in quel caso c’era qualche richiesta di carattere fisico, ma si limitava a segnalare che la divisa di servizio non andava oltre la taglia 46 ed era quindi necessario che la signorina candidata al ruolo non eccedesse quella misura.

Tornando al caso attuale, temo che inevitabilmente il problema per questa giovane escort tanto sicura di sé si presenterà più in là negli anni.

Perché non credo che un’esperienza del genere, pur limitata nel tempo e, secondo la protagonista, persino capace di rendere più forti, possa essere cancellata. Il fantasma di questo lavoro, poco onorevole ancorché redditizio, potrebbe continuare ad aggirarsi in angoli remoti della mente e minare, magari inconsapevolmente, le scelte future. I soldi svaniranno presto, il ricordo forse mai.

Un ragionamento forzatamente ipotetico il mio, certo.

Ma se potessi esprimere un desiderio da giornalista, ma anche da donna, vorrei dare a questa ragazza un appuntamento fra trent’anni: per chiederle se, tornando indietro, rifarebbe quello che ha fatto.

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