INVIDIA, IL KILLER PIU’ SPIETATO

di MARIO SCHIANI – Perché si uccide? Se la son fatta in tanti questa domanda: psicologi, letterati, giornalisti. La risposta arriva sempre come un ventaglio aperto. Si uccide per interesse, per gelosia, perché un insulto ci diminuisce e solo l’eliminazione fisica di chi ci ha offeso, si crede, può rimetterci in pari. Ma si uccide anche per follia, ovvero quando gli incubi che ci perseguitano vengono proiettati al di fuori di noi stessi, su un soggetto che si vuole colpevole, soppresso il quale tutto il male dovrebbe svanire per incanto.

Tante risposte, insomma, forse a significare che in realtà per uccidere non c’è bisogno di un motivo, ovvero di una “ragione”. Non esiste “ragione” nell’uccidere, c’è anzi la sua scomparsa in favore dell’appagamento di un’urgenza oscura, inconfessabile proprio perché mancano le parole per confessarla.

Così, quando un assassino cerca di spiegare la “ragione” del suo gesto crea sempre scandalo e rabbia. “Li ho uccisi perché erano troppo felici” ha detto Giovanni Antonio De Marco, l’assassino di Eleonora e Daniele, i fidanzati di Lecce dei quali era stato coinquilino. Sono parole che spiegano tutto e non spiegano niente: dicono dell’impulso che ha mosso l’omicida ma non ci danno “ragione” per cui due giovani sono finiti su un tavolo dell’obitorio. Rapportato al danno fatto, ogni “motivo” addotto non può che suonare bambinesco, stupido, irrilevante e in ultima analisi provocatorio. Ecco perché, al di là della commozione per le vittime, questa storia ci irrita tanto: non si può morire per colpa di un cretino simile.

L’unica parola che possiamo individuare, implicita nella “spiegazione” che De Marco ha fornito del suo crimine, è una parola non detta ma il cui conosciamo il significato e, ancora di più, conosciamo l’esperienza che l’accompagna: “invidia”. De Marco ha ucciso per invidia e tutti noi sappiamo che cos’è l’invidia.

Certo, nessuno di noi si sogna di macchiarsi di un delitto solo perché, ogni tanto, ci capita di invidiare qualcuno, eppure è questo un sentimento che in qualche modo non ci è estraneo, l’unico che, sia pure vissuto ben diversamente, ci accomuna all’assassino. E forse, a essere completamente onesti, dovremmo riconoscere che di questi tempi, in giro, di “invidia” ce n’è parecchia.

Intendiamoci: non è questo un tentativo di dar la colpa alla società per quello che è accaduto. Colpa e responsabilità sono di chi ha ucciso, di chi ha concesso a se stesso l’indulgenza più pericolosa, quella di alimentare con l’autocommiserazione il mostro che gli covava dentro. Di sicuro però viviamo in una stagione in cui il narcisismo è stato sdoganato alla grande e viene celebrato nei mille e poi mille specchi di cui, grazie alla Rete, oggi disponiamo. Un narcisismo spesso ridicolo, qualche volta perfino tenero, non di rado un tantino sbruffonesco, per fortuna quasi sempre innocuo. C’è da chiedersi però se tanta esaltazione delle conquiste personali, vere o presunte che siano, non vada alimentando sottotraccia un gigantesco calderone di risentimento: chiunque non riesca ad appendere lassù il suo ritrattino vincente, autentico o taroccato che sia, si sentirà sconfitto, tradito e la felicità altrui gli apparirà, qualche volta, “troppa”.

Si finisce sempre, disponendosi ad analizzare la confessione di un assassino, per assumere un atteggiamento involontariamente indulgente, perché “capire” in qualche modo equivale ad assolvere. Meglio dirlo chiaro, allora: così come non spetta a noi condannare De Marco, così non c’è alcuna intenzione di fornirgli un’improvvisata condotta difensiva. Invece, proprio perché la sua “giustificazione” appare inaccettabile e particolarmente stupida, varrà la pena scandagliare i più comuni comportamenti collettivi per capire se da essi può effettivamente scaturire qualche pericolo. Sembra allora di poter affermare che un fronte sociale di individui ognuno innamorato della sua immagine, e quindi in sostanza invaghito del nulla, è qualcosa di fragile e soprattutto di muto, perché fisso nella contemplazione di un presente eterno e scintillante. Capita dunque che qualcuno, davanti a un’immagine fattasi per lui ineguagliabile, non concepisca altro gesto che cercare di cancellarla. Solo allora si risvegliano in noi le parole, i sentimenti, e anche la rabbia, che in fondo è solo un desiderio urgente di capire. Solo allora, ovvero troppo tardi.

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