Recentemente l’assessore regionale all’Agricoltura Luca Sammartino ha rivendicato, con malcelata soddisfazione, che la Sicilia è quarta in Italia per capacità di spesa delle risorse della PAC 2023-2027. Un dato positivo sul piano amministrativo, ma che da solo dice poco sullo stato dell’agricoltura siciliana. La vera domanda è un’altra: spendere per fare cosa? Da anni il dibattito agricolo regionale (e non solo) sembra concentrarsi più sulla rendicontazione che sulla strategia. Si celebrano graduatorie, percentuali di avanzamento e milioni erogati, come se la misura del successo coincidesse con la velocità di spesa. Ma una politica agricola non si giudica da quanto denaro distribuisce, bensì dai risultati che produce.
La Sicilia non può competere sulla quantità. Non lo consentono l’orografia, la frammentazione aziendale e neppure la storia agricola. C’è invece un patrimonio straordinario di biodiversità, produzioni identitarie e conoscenze che obbligano a percorrere la strada della qualità.
Ed è qui che emerge il nodo irrisolto.
Se chiediamo alle aziende di produrre qualità, esiste davvero un mercato in grado di riconoscerla? I consumatori dispongono del reddito necessario per scegliere prodotti migliori anziché semplicemente più economici? E possiedono un livello di alfabetizzazione alimentare sufficiente per distinguere il valore di una filiera territoriale da una commodity anonima?
La politica agricola dovrebbe partire da queste domande. Perché non basta finanziare la produzione di qualità se poi manca una domanda consapevole e solvibile.
I modelli più avanzati insegnano che i sussidi sono uno strumento, non un obiettivo. In Olanda sostengono l’innovazione; in Francia l’aggregazione dei produttori; in Svizzera la tutela del territorio e dei servizi ecosistemici. Ovunque il sostegno pubblico è funzionale a una visione.
In Sicilia, ma anche in altre regioni italiche, invece, si ha spesso l’impressione che la spesa sia diventata la strategia.
Servirebbero investimenti nella ricerca applicata, nell’assistenza tecnica, nell’aggregazione delle imprese, nella logistica e nell’educazione alimentare. Perché senza consumatori consapevoli e senza filiere organizzate la qualità rischia di trasformarsi in un esercizio retorico.
Per questo il dato sulla capacità di spesa, pur importante, non dovrebbe essere il punto di arrivo ma il punto di partenza.
La domanda che l’assessore dovrebbe porre non è quanti milioni siano stati spesi, ma quale agricoltura la Sicilia intenda costruire nei prossimi vent’anni.
Perché la differenza tra un amministratore e un politico sta tutta qui: il primo rendiconta le risorse, il secondo indica una direzione.
