COME EVITARE IL NAUFRAGIO NEL MARE DEL TEMPO LIBERO

Il grande economista  Keynes nel 1930 in un suo scritto aveva profetizzato che, qualora i paesi occidentali avessero continuato a mantenere lo stesso ritmo di crescita dei duecento anni precedenti, dopo un secolo, nel 2030, gli individui avrebbero avuto necessità di lavorare molto meno, l’orario di lavoro settimanale si sarebbe limitato a 15 ore, e si sarebbero dovuti confrontare con il tema della noia e della gestione del tempo libero.

Keynes si chiedeva se sarebbero stati in grado di occupare il tempo in modo produttivo, magari dedicandosi a quelle attività che gli antichi greci definivano nobilmente ozio, comprendenti in primo luogo lo studio e la pratica delle arti e della filosofia. L’illustre economista inglese si chiedeva se l’umanità, liberata dalle preoccupazioni economiche, avrebbe saputo vivere meglio, dedicandosi alla conoscenza e alla contemplazione o, al contrario, si sarebbe ammalata.

E’ facile vedere come la sua previsione si sia rivelata sostanzialmente infondata. Oggi, a New York come a Milano, a Londra o a Tokio, si continua a lavorare molto. Per alcuni, probabilmente, persino di più. Inoltre, non si può dimenticare come in gran parte del pianeta si viva ancora in povertà, talvolta estrema, sebbene vada ricordato come la profezia riguardasse solo i paesi industrializzati.

Io non so dire se gli esseri umani sono programmati biologicamente per lavorare, come gigantesche formiche che devono necessariamente dedicare la quota principale delle loro giornate ad attività nell’interesse della collettività. E’ pur vero, come pensava Carlo Levi, che “se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino può donarci, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulle terra”. Effettivamente può dirsi fortunato chi riesce a rendere le proprie passioni un’attività professionale stabile. La soddisfazione per le proprie opere, sia materiali che d’ingegno, il sentirsi utili agli altri, sono fattori primari per il benessere psicologico.

Comunque, Keynes non aveva proprio tutti i torti. Forse serviranno altri 50-100 anni affinché macchine ed automi lavorino per noi e in futuro ci penseranno gli algoritmi a gestire le nostre ricchezze. Ma l’umanità saprà vivere meglio? Infatti, già oggi, il tema della gestione del tempo o, ad esempio, del post-pensionamento può porre significativi problemi. Chi ha investito molto nella professione, quando smette, rischia di perdere una parte consistente della propria identità, oltre che una buona parte delle relazioni più significative. Anche la gestione del tempo libero è una questione non banale e in certi casi è fonte di significativi conflitti familiari.

Avere più tempo a disposizione è innanzitutto un’opportunità. Quando si è più liberi di scegliere, si dovrebbe avere più tempo per coltivare le passioni. Ad esempio, una mia amica, dopo aver lavorato una vita come manager di successo in ambito pubblicitario, ora si dedica alla pittura di ritratti, pure qui con buon talento, e ora sta progettando di scrivere un libro. Ma, effettivamente, se un giorno arriveremo a lavorare molto meno e le preoccupazioni economiche non saranno una priorità per molti, il senso della nostra vita  potrebbe essere notevolmente trasformato.

Lo so, è la scoperta dell’acqua calda, ma ancora una volta sarà la cultura a fare la differenza.

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