Sulla crisi del grano duro italiano sappiamo ormai quasi tutto: prezzi che non remunerano i costi, superfici destinate a ridursi nella prossima campagna, importazioni crescenti e una politica che, per ora, sembra affidarsi soprattutto agli annunci.
Ma c’è una storia che dovremmo ricordare proprio adesso. È quella della barbabietola da zucchero.
Perché l’Italia ha già visto accadere ciò che oggi rischia di accadere al grano.
Fino a poco più di vent’anni fa, la barbabietola era una componente importante dell’agricoltura italiana. Si coltivavano oltre 250.000 ettari e il Paese disponeva di 19 zuccherifici. Esisteva una filiera agricola e industriale strutturata, con agricoltori, impianti di trasformazione, occupazione e competenze distribuite sul territorio.
Poi arrivò la riforma europea del settore dello zucchero.
Il processo di ristrutturazione portò alla drastica riduzione delle quote produttive e alla chiusura di 15 dei 19 zuccherifici italiani. Migliaia di ettari di barbabietola scomparvero progressivamente dai nostri ordinamenti colturali.
Oggi ne restano circa 19.000 ettari.
Da oltre 250.000 a 19.000 ettari: più del 90% della superficie cancellata.
E gli zuccherifici? Ne sono rimasti appena due.
Il dato più eloquente, tuttavia, è un altro: l’Italia, che disponeva di una propria consistente produzione, oggi importa circa l’80% dello zucchero che consuma.
Questa è la parte della storia che rischiamo di dimenticare: una filiera agricola strategica può scomparire senza che nessuno decida esplicitamente di cancellarla.
Basta renderla progressivamente antieconomica.
L’agricoltore smette di seminare. Le superfici diminuiscono. Gli impianti perdono massa critica. La trasformazione arretra. Le competenze si disperdono. E quando ci si accorge della dimensione del problema, ricostruire ciò che è stato perduto diventa quasi impossibile.
È questa la ragione per cui guardo con particolare preoccupazione ai segnali che arrivano oggi dal grano duro.
L’Italia coltiva ancora circa 1,15 milioni di ettari a grano: numeri enormemente superiori a quelli della barbabietola, certo. Ma la prossima campagna si annuncia con una riduzione delle superfici, conseguenza naturale di una redditività che da tempo non offre agli agricoltori sufficienti garanzie.
Non è ancora la storia della barbabietola.
È però una storia che le somiglia molto, che abbiamo già letto.
Gli agricoltori non chiedono elemosine. Chiedono che produrre grano torni ad essere una scelta economicamente razionale.
Perché la barbabietola ci insegna una cosa semplice e terribile: una filiera non muore quando finisce. Muore quando smette di convenire tenerla in piedi.
E forse è proprio da qui che dovremmo cominciare a leggere la crisi del grano.
