Ci sono 205 nazioni nel mondo, di cui 195 sono riconosciute come sovrane a livello internazionale: includono 193 Stati membri delle Nazioni Unite e 2 osservatori: Città del Vaticano e Palestina. Ben 64 di queste parteciperanno ai prossimi Mondiali di calcio, circa il 33% dei Paesi del globo. E’ deciso.
È una bella notizia per noi italiani: aumentano le chance di partecipare dopo tre fallimenti consecutivi, sempre che le qualificazioni abbiano ancora un senso e un significato per una manifestazione che sembra aperta a tutti, ma proprio tutti, a prescindere.
L’edizione del centenario della Coppa del Mondo, nel 2030, è occasione troppo ghiotta per sottrarla agli appetiti di Gianni Infantino: il plenipotenziario della FIFA, candidato da Trump in persona per diventare il segretario dell’ONU, gongola. Venghino, venghino signori, c’è posto per tutti. Soldi, soldi, soldi a palate.
La decisione non era ufficiale, si diceva che la proposta fosse ancora al vaglio, invece un tweet (ahimé, un tweet… Non una conferenza stampa, un annuncio, un comunicato: un tweet) postato dal presidente della Conmebol (Confederazione sudamericana che equivale alla Uefa in Europa), Alejandro Dominguez, non lascia più alcun dubbio: “La prossima si gioca in casa – facendo riferimento al fatto che tre partite della fase a gironi verranno disputate in Argentina, Uruguay e Paraguay -. Nel 2030 arriva il Mondiale con una competizione a 64 squadre”.
Ovvio. Quello appena concluso tra Usa, Canada e Messico ha generato un lordo economico stimato in 80,1 miliardi di dollari e le squadre erano “soltanto” 48. Aggiungine altre 16 e stai certo che nel 2030 si sfonderanno alla grande i 100 miliardi.
Della scarsa qualità, della stanchezza, della frammentarietà, dell’orgia di partite, del valore sportivo puro insomma, frega niente. Gli stadi dell’ultimo Mondiale, uno dei più brutti per l’estetica del gioco, erano tutti pieni: ci sta, Messico e (un pochino meno) Canada amano questo sport, mentre la vera sorpresa sono stati gli Usa dove invece la popolarità del calcio è pari a quella del baseball in Europa.
Va detto che la FIFA non è stata capace di comunicare bene quanto e come questi proventi vengano distribuiti equamente tra le federazioni (osservando una scala gerarchica che comprende molti fattori e a parte naturalmente i premi distribuiti durante i passaggi vari e alle vincitrici) e soprattutto a Paesi sperduti che hanno così la possibilità di implementare le proprie attività, le strutture, gli impianti. In ogni caso il giochino vale decine di miliardi, appunto.
Del resto le Coppe europee per club e Nazionali sono già da tempo andate in questa direzione: Champions allargatissima, Europa League, Conference. Si espanderanno sempre di più: un giorno non lontano il campionato che era diventato uno spauracchio per l’Uefa, quella Superlega europea ideata dal Real Madrid e da Andrea Agnelli capaci di catturare l’adesione di tutti i maggiori club continentali, sarà realtà. Una realtà molto diversa da quella che intendevano loro: non solo le 16 big, ma tutte, dico tutte le squadre. Nessuna esclusa, perché un giorno sarà così: non sarà più lasciata fuori nessuna nazione, nessuna squadra, nessuna città e forse un giorno alle coppe europee potranno partecipare anche le squadre di Serie B. E poi magari di Serie C. E pensate nel 2042, magari già nel 2038, la libidine di impiegati e manager: iscriversi al Mondiale con la loro squadretta aziendale del sabato mattina.
