IL MAESTRO CHE INSEGNA COME DIRE (SE SI HA QUALCOSA DA DIRE)

Stefano Volpe si presenta su LinkedIn come “formatore per la comunicazione personale, uso della voce e soft skill”. Il suo lavoro di “artigiano della comunicazione, perché la mia non sarà mai un’azienda” coinvolge ogni anno una sessantina di allievi divisi tra studenti, avvocati, cantanti, artisti, psicologi, docenti, aziende e manager che hanno l’obiettivo di capire come si desidera apparire e cosa esattamente si vuole trasmettere di se stessi agli altri.

“Ho avuto due maestri d’eccezione”, dice Stefano. “Sono stato fortunato: Carmelo Bene e Umberto Eco, oltre a un’altra illustrissima interferenza: Eduardo De Filippo. Il mio primo indirizzo infatti fu il teatro, poi mi sono dedicato all’insegnamento come specialista di comunicazione per l’utilizzo della voce e della qualità dell’esposizione”, per i quali ha inventato il metodo “voice code and my schema” che sono i binari su cui viaggia la sua docenza. “Questo lavoro”, prosegue, “è la cartina di tornasole della società. Per esempio, i professori universitari lamentano una lontananza degli auditori per cui è necessario creare ascolto e affinare la relazione con loro”.

Quello che però Stefano Volpe trasmette dal suo profilo social non è sempre attinente alla sua materia. Su LinkedIn pubblica infatti frasi di personaggi più o meno celebri, brevi biografie e storie sconosciute, pensieri in libertà che “molti definiscono un nuovo modo di fare marketing, ma io mi arrabbio: non è marketing, è condivisione!”

Pesca ovunque nel web e ha creato un suo archivio personale: “Attingo da fonti che mi colpiscono, per un qualsiasi motivo: mi emoziona, mi trascina, mi fa sorridere, mi commuove… Questa è l’unica guida che mi sono creato per pubblicare i miei contenuti”, anche su YouTube e Instagram grazie all’insistenza della moglie che 15 anni fa lo avviò ai social e a un ragazzo che collabora con lui nelle pubblicazioni. Sempre per rispondere a quella domanda: come desidero apparire? Cosa voglio trasmettere di me?

Passa da Adrien Brody a Julio Velasco per arrivare a Fabrizio De Andrè. Di Brody racconta in poche righe che per interpretare “The pianist” (il film di Roman Polanski che raccontava la vita del pianista ebreo-polacco Wladyslaw Szpilman e che gli fece vincere l’Oscar), seguì una dieta rigidissima, spezzò qualsiasi legame sociale lasciando la fidanzata, non comunicando più con la sua famiglia, chiudendosi in casa, spegnendo il cellulare e suonando il pianoforte fino a 4 ore al giorno. Di Julio Velasco cita le frasi più significative tratte da decine di interviste: “I vincenti trovano soluzioni, i perdenti cercano alibi. L’errore fa parte dell’apprendimento. Essere coraggiosi non significa non avere paura, ma anzi accettarla e saperci convivere. Rubo ovunque, rubo qualsiasi cosa: dai film, dai libri, dagli altri sport”. E l’essenza estrema di De Andrè: “Ho deciso di smettere di preoccuparmi di piacere alla gente”, un sunto straordinario e premonitore contro la cultura dei likes.

Stefano Volpe ci mette anche del suo, con pensieri ispirati: “Se fossimo extraterrestri e ci guardassimo dall’alto, vedremmo una natura silenziosa ed essenziale (…). Solo degli esseri chiamati umani si spendono in suoni continui, fastidiosi, cacofonici. Che spreco, che confusione (…)”.

Si riconosce insomma in un pensiero che sta in fondo a un post dedicato ad Amy Winehouse: “Non ho mai amato le regole, figuratevi le eccezioni!”. Sotto, ci sono 11 likes.

 

 

 

 

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