I PARRICIDI NON SONO TUTTI UGUALI

Genova, Alessio e Simone Scalamandrè hanno ucciso il padre, il 10 agosto 2020. Il fatto non è in discussione, di parricidio si tratta. I fratelli, 30 e 22 anni, come abbiamo saputo, sono stati condannati a 21 e 14 anni di reclusione, e anche questo è un fatto.

Il padre era indagato per maltrattamenti nei confronti della madre e proprio durante una visita ai figli, per chiedere a loro di ritirare le accuse ed evitare l’imminente processo, la discussione degenerò fino al tragico epilogo.

Torna subito alla mente l’assoluzione di Alex Pompa di qualche mese fa, carnefice del padre a causa delle violenze nei confronti della madre, esasperato e inevitabile capolinea per il padre che si era spinto oltre la soglia di tolleranza che un figlio potesse accettare.

Nel caso dei fratelli Scalamandré i giudici sono stati meno indulgenti, le attenuanti non hanno evitato la pena e nemmeno l’hanno affievolita. Certo le circostanze sembrano molto diverse, la rabbia accumulata per i maltrattamenti nei confronti della madre può giustificare la rabbia nei confronti del padre, ma non l’omicidio. Non in termini penali comunque. I fratelli non hanno agito in presenza dell’ennesima angheria nei confronti della madre, ma in modo premeditato per i rancore accumulato, sembrano dirci gli avvocati di parte civile: «Sentenza che rafforza la nostra convinzione sul fatto che i due imputati in maniera fredda e calcolata abbiano ucciso il loro padre».

Da spettatore profano, se la rabbia che può essere scaturita in Alex Pompa di fronte all’ennesima prevaricazione del padre riesce a innescare un moto di empatia e comprensione, lo stesso non accade con l’omicidio commesso dai fratelli di Genova, non nella stessa misura. Questo nulla toglie alla frustrazione, al rancore che immagino accumulato negli anni, allo scatto idrofobo che posso immaginare si sia impossessato dei due fratelli.

Per dire che qualche granello di empatia non può mancare nemmeno per loro, ma per quel che mi riguarda, a fare la differenza sono le parole di Alex Pompa: “Non ho ricordi di quei momenti, ero completamente sotto choc. Sono assolutamente pentito per quel che ho fatto, ho detto fin dal primo momento che se potessi tornare indietro non lo rifarei mai e poi mai. Piuttosto morirei io che mio padre” .

Con queste parole Alex Pompa dice che il suo atto furibondo e risolutivo è stato innescato dall’essere testimone dell’ennesima rappresentazione di crudeltà estrema da parte del padre e non dal rancore.

Riesco a immedesimarmi nella rabbia di Alex, persino nel suo gesto letale, e anche nel rancore del fratelli Scalamandré. Non nella loro risoluzione finale.

Questo, lo spettatore, comodo sulla poltrona a leggere i fatti non come sono accaduti, nel preciso istante, ma come sono arrivati attraverso spiragli e impronte sbiadite, magari anche nelle menti dei protagonisti.

I giudici giudicano, è il loro mestiere. Comunque sia, a me non riesce. Comunque sia, giudizio definitivo non ci può essere, io credo.

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