I MARTIRI DI MARIUPOL E IL NOSTRO BESTIARIO DA SALOTTO

La guerra? Un rumore di fondo, un pretesto. Carburante per polemiche. L’ultima agenzia che racconta di Mariupol riferisce dell’annuncio da parte russa di una cessazione unilaterale delle ostilità per consentire l’evacuazione dei civili rimasti con i combattenti ucraini nel complesso metallurgico di Azovstal.

Una buona notizia? Una notizia così così? Comunque una notizia. Non per le homepage di casa nostra nelle quali, invece, leggiamo di un deposito di carburante incendiato, di un’amante di Putin tornata a farsi viva, della contestazione alle bandiere Nato durante le cerimonie per la Liberazione e, naturalmente, del frantiano ghigno di Acerbi (“quell’infame sorrise”) dopo il gol della vittoria milanista sulla Lazio.

Lassù, nell’acciaieria, un pugno di esseri umani tira il fiato prima di venir sferzato dall’ultima, definitiva pioggia di fuoco; qui, alla periferia non solo della guerra ma anche del pensiero, dobbiamo accontentarci di apprendere che il professor Orsini considera se stesso “un combattente che ha sconfitto tutti i nemici”. Lo ha detto a Giletti, per cui deve essere vero. Per il resto, sul fronte occidentale – comunque colpevole – nulla di nuovo.

A guardar bene la guerra c’è ancora, ma è diventata un fatto nostro, una questione interna. Serve a far baruffa sullo storico vuoto di memoria di parte dell’Anpi, è utile ad alimentare lo scontro tra “twittatori” seriali, quelli che in 280 battute sintetizzano scenari bellici degni di “Guerra e pace” indicando vie d’uscita diplomatiche alle quali hanno pensato solo loro e non il resto del mondo cretino, e a far da propellente per carriere da opinionista in rampa di lancio.

Il contorno è composto da convegni, instant book, webinar (“Come riformare la Nato in due lezioni online”) e video, o meglio “clip”, che consumiamo uno dopo l’altro come patatine fritte: mostrano scene di guerra a distanza, un carrarmato russo che salta per aria (sai la soddisfazione) e la nave che, colpita, affonda evocando nei nostri pensieri storicamente infantili più la battaglia navale giocata a scuola sotto i banchi che il disastro di Pearl Harbor o l’affondamento della Graf Spee.

Chissà cosa penserebbero di tutto ciò gli assediati di Mariupol, militari o civili che siano, aggrappati come sono a un destino segnato, se sapessero che, noi, alla loro battaglia possiamo assistere solo se filtrata attraverso i codici della fiction, del cinema o del videogioco. Ci sembra una gran bella cosa, nobile ed emozionante: chissà che cosa succederà nel prossimo episodio? D’altra parte è ben difficile che da queste parti si abbia una percezione concreta del sacrificio, se assistiamo a vere e proprie crisi isteriche quando il wi-fi salta per cinque minuti.

Mentre un altro 25 Aprile se ne va, viene da chiedersi quanti abbiano colto l’occasione per ravvivare nella memoria e nel cuore una concezione della guerra più seria e concreta, la consapevolezza che si tratta di un orribile impasto di morte, dolore, miseria, malattia e paura, un veleno di cui i professori dei talk show, “pacifisti” o “guerrafondai” che siano, personaggi con la cravatta allacciata a un neurone usato, non sanno nulla di nulla.

Ne sanno qualcosa, invece, quelli di Mariupol, ma al momento non hanno modo di venire a spiegarcela. E se potessero farlo si troverebbero la strada sbarrata da Giletti con microfono sguainato: quando si dice un sacrificio inutile.

 

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