GUCCINI, PER UN’IDEA DI UOMO LIBERO

In lontananza, la erre, la sua, arrotata e il fumo di un sigaro. Guccini Francesco se ne è andato, vacca d’un cane. Era uno dei titoli dei suoi testi, non è mai stato un cantante ma un cantore, nessun accendino acceso in spiaggia o in piazza ascoltando la sua voce, eventuali pensieri sensibili e lacrime alcune, perché quando Guccini prendeva la chitarra questa era soltanto uno strumento di supporto, di accompagnamento, c’era altro da “sentire” oltre alla musica, elemento marginale.

Era, Francesco Guccini da Modena di nascita e da Pavana di vita, un uomo di rari annunci, anarchico non di azione ma di riflessione e scelta filosofica più che ideologica, piaceva ai proletari e ai preti, non erano, i suoi scritti, propaganda e nemmeno predica, libri parlati, Guccini era un solitario mai veramente solo, come la sua montagna, come i sentieri verso i boschi. Di certo non era gradito a chi se la spassava con i Righeira o Fred Buongusto, era di sinistra ma non della sinistra come Giorgio Gaber, altro cantore cantante non soltanto di Trani a gogò.

Nato in piena guerra, non gli garbavano più le guerre di oggi, soprattutto quelle verbali, affollate di parole sguaiate e di posture volgari, non per questo era un bacchettone, pensate un po’ che il suo maestro di scuola, in quinta elementare, disse che scriveva come un cane, poveri il signor Paltrinieri e la sua docenza. Risulta anche una carriera da cronista alla Gazzetta di Modena, ventimila lire al mese, dodici ore in redazione e tipografia, primo articolo il mezzo secolo di velo di suor Eustachia Maria Peloso, allegria ai massimi.

Non era, comunque, il suo mestiere, però l’intervista a Mimmo Modugno significò la scoperta di quel mondo lì, Volare e affini. Amava l’ora del crepuscolo, quando il giorno va a riposare e la sera prende a svegliarsi, in fondo erano così le parole dei suoi testi, mai una luce chiarissima e abbagliante, ma quella che serve per leggere e pensare. La sua casa era una biblioteca, ma non da quadri al muro, era libri dovunque, letti, riletti, righe segnate con il lapis per ricordare una frase.

Sfogliando la memoria ripiombi in bombe e locomotive, giacconi eskimo, aborti clandestini e osterie esaurite di uomini che parlano e parlano e parlano. Fette di mondo smarrite anche a Pavana e nel resto d’Italia, lontano dalla sua dimora, oggi silenziosa, per rispetto e dolore.

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