GRAZIANEDDU, IL FUGGITIVO

di GIORGIO GANDOLA – Segni particolari: irreperibile. Se è vero che il destino di un uomo è scritto nel libro del tempo, quello di Graziano Mesina è scappare. Fuggire dalla legge, correre lontano dalle sentenze (ettecredo, soprattutto di questi tempi) contestandone la legittimità. Così se n’è andato un’altra volta, a 78 anni, con la disinvoltura che gli altri nonni del mondo mostrano nel bere il caffè o nel leggere il giornale. Volatilizzato in attesa di una sentenza di Cassazione (per lui gli esami non finiscono mai) che gli ha confermato 30 anni di reclusione per traffico di stupefacenti. «Per lui tecnicamente si potrebbero riaprire le porte del carcere, ma è irreperibile», scrive L’Unione Sarda.

Grazianeddu si è sempre dichiarato innocente, le ha tentate tutte in nome di una antica nobiltà professionale («l’unica sostanza che un bandito perbene non tratta è la droga») e quando i carabinieri si sono presentati a notificargli la sconfitta definitiva non l’hanno trovato. Il suo avvocato ha allargato le braccia: «Non abbiamo ricevuto nessun documento dalla Cassazione, lui abita a Orgosolo e non ha telefono». Nessuna voglia di essere indulgenti e di costruire lo spot della fuga (chi non ha le phisique du rôle di Steve McQueen si metta in coda) ma i due indizi sono romantici.

Orgosolo in Barbagia è un simbolo, la storia della Sardegna ribelle parte da qui. Sulla tortuosa strada che porta a Nuoro c’è una casermetta dei carabinieri abbandonata e crivellata di proiettili. Prima abbandonata in anni lontani e poi crivellata per diporto? Il pastore a cui fai la domanda risponde con due parole: «Il contrario». E poi è senza telefono, forse l’unico sul pianeta: non conosce le app, non si fa i selfie, non manda i whatsapp, non legge in diretta Severgnini e Serra. Sul pianeta dei Monty Python per prenderlo basterebbe telefonargli, se non risponde è lui.

Mesina è in fuga da una settimana a 78 anni, in fondo ripete con la pedissequa applicazione del tornitore Brambilla la sua vocazione: darsela a gambe. Alla sua veneranda età è praticamente impossibile che torni in prigione, ma non riusciamo neppure a vederlo in affidamento ai servizi sociali, in una biblioteca a catalogare libri sull’arte etrusca e manuali sul potere digitale. Dicono che si sia rifugiato in casa di qualche vecchio amico nel Nuorese dove lo cercano con ampio spiegamento di uomini e mezzi, come si suol dire.

Grazianeddu è latitante da quando è nato nel 1942 in piena Seconda guerra mondiale, ovviamente a Orgosolo, la capitale del Supramonte, penultimo di undici figli del pastore Pasquale e di donna Caterina. Viene arrestato la prima volta a 14 anni per porto abusivo d’armi e scappa per la prima volta qualche giorno dopo. Nel 1962, condannato per banditismo, continua con le sue spettacolari fughe, un intero campionario di genere: in trasferimento dal penitenziario di Sassari si butta da un treno in corsa. Lo riprendono e lui li saluta di nuovo tutti travestendosi da medico e dandosela a gambe dall’ospedale di Nuoro. Rimane due giorni e due notti dentro un tubo nel cortile, poi si cambia e se ne va. Non c’è luogo pubblico che non abbia battezzato, non c’è film hollywoodiano che non l’abbia copiato. La sua vita è praticamente riassunta ne «Il fuggitivo», solo che Harrison Ford è più figo.

Siamo a tre, ma lui cerca il record mondiale. Così evade dal carcere di Sassari e poi da quello di Lecce. Lo rinchiudono a Porto Azzurro ritenendo che sia impossibile scappare. È il 1992 e Grazianeddu si inventa un colpo originale per far breccia nell’opinione pubblica: si candida mediatore per la liberazione di Farouk Kassam, sequestrato a casa sua. Il ruolo è ambiguo, ma le armi che i carabinieri gli trovano in un cascinale di proprietà sono vere: di nuovo dentro. A questo punto la Corte d’Appello di Cagliari lo condanna a 30 anni, ma lui riesce a farne solo 12 perché il presidente della Repubblica Ciampi gli concede la grazia.

È il 2004, per tenere la contabilità delle sue imprese servirebbe un commercialista. Ora le sbarre sembrano un retaggio del passato perché Mesina diventa un personaggio televisivo e comincia anche a rispondere alle domande. Sia chiaro, a quelle di Pippo Baudo non dei marescialli. Poi, come una tegola sulla sua leggenda, arriva l’accusa per traffico di droga. Condanna a 30 anni, ricorso, decorrenza dei termini. Il pasticcio all’italiana si traduce nell’obbligo di firma ogni giorno in questura a Orgosolo in attesa della sentenza di Cassazione. Lui attraversa il corso principale tutte le mattine, i vecchi del paese lo vedono e si scappellano: va a firmare. Un rito che da una settimana non si ripete. Irreperibile. Con due consolazioni per la giustizia italiana: in 78 anni di vita, Grazianeddu ne ha passati 50 in prigione. Sarà anche stato un genio a scappare, ma lo hanno sempre ripreso.

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