GORI, SALTO CON L’HASHTAG

di CRISTIANO GATTI – Ancora abbiamo il Coronavirus alle orecchie e i poveri defunti da contare, ma già è irresistibile la tentazione di prevedere come andrà a finire per tanti politici esposti in prima linea durante questa sporca guerra. Si dice che il Covid sarà la buccia di banana su cui scivolerà il panzer Trump, Johnson nemmeno il caso di parlarne, eccetera eccetera.

Noi però faremmo bene a pensare prima ai fatti nostri. Ne abbiamo, tanti e belli pesanti. La prima sensazione è che dall’intera faccenda, impensabile fino a due mesi fa, esca rafforzato lo snobbatissimo e ridicolizzato Conte, mentre escano parecchio ridimensionati i miti locali dei sindaci, sui quali gli stessi partiti puntavano molto per rifarsi la facciata e ritrovare una presentabilità.

Uno dei più lanciati, su questa pista di lancio, è indubbiamente Giorgio Gori, manager prestato al riformismo, capo di Bergamo, a suo tempo stampella di Renzi, ultimamente stampella di Zingaretti (parlando solo delle ultimissime compagnie, senza risalire a quelle lontane nel tempo, partendo da Arcore).

Ecco, proprio Gori potrebbe diventare il paradigma esemplare di tutte le parabole strane, legate ai tanti sindaci in trincea. Entrato come tutti ad alta velocità nel tunnel dell’epidemia, rischia di uscirne con la carrozzeria irrimediabilmente accartocciata.

Inutile qui rivangare la discussione sulle sue posizioni degli ultimi mesi, dal deciso no al ritiro della benemerenza municipale a Benito Mussolini fino alla mezza paginata di encomio a Craxi e al craxismo: quelle in fondo sono opinioni personali e come tali vanno archiviate.

E’ sulle sue scelte da sindaco al tempo del virus, nella città epicentro del ciclone, osservata dal mondo intero, che si concentrano – inevitabilmente, legittimamente – le vere discussioni.

Ricapitolando, per chi non si fosse preso la briga di seguire le singole puntate.

Con la Cina messa come sappiamo, contro ogni tentazione razzista della popolazione in allarme, l’11 febbraio Gori prende la sua giunta e la porta a mangiare in un ristorante cinese della città.

A seguire, scoppia il fungo atomico. Dilaga il virus e con esso la paura. Il panico, diciamolo pure. Con Codogno e Vò messi come sappiamo, il 28 febbraio Gori sostiene e appoggia la campagna dei commercianti hashtag Bergamononsiferma, sulle orme di quella sostenuta da Sala a Milano, perchè non si dica che i bergamaschi sono più pavidi e pusillanimi dei milanesi, e pazienza se in terra orobica ci sono pur sempre Alzano e Nembro sull’orlo del baratro.

Poi l’apocalisse vera e propria. In mezzo al tifone, Gori cerca di stare vicino alla sua città, partecipando a un sacco di collegamenti televisivi, indicando soluzioni originali, tipo ferie subito e lavoro ad agosto.

In questa fase terribile, tra lutti e camion militari carichi di bare, un solo accidente: Dagospia diffonde le foto del brindisi in videochiamata che Gori e gli amici organizzano la sera del suo compleanno, 24 marzo. Niente di scandaloso, è evidente, ma in tanti, in tantissimi sollevano semplici obiezioni sull’opportunità. Neanche tanto del brindisi, quanto di farlo girare sul Web.

E comunque. Per giorni e giorni la città è in ginocchio e il suo sindaco con la città.

Eppure, siamo qui ad aprile, basta un paio di giornate con numeri incoraggianti – incoraggianti, niente di più – perchè Gori faccia partire subito un tweet per rivendicare il diritto di Bergamo a ripartire prima degli altri, una specie di hashtag “Bergamononsiferma” due, con motivazioni di carattere scientifico sulla massima percentuale in loco “di persone negativizzate”, che non tutti comprendono bene. Ciò che tanta parte dei bergamaschi comprende meglio è invece la fretta di questa uscita, che cade a poche settimane dagli errori fatali – l’economia prima della salute – del primo hashtag, costati il primato italiano di morti.

Comunque. Il sindaco dev’essere talmente convinto della sua nuova battaglia, che poche ore dopo rimuove il tweet. Per inciso, le prime reazioni non apparivano esattamente incoraggianti.

Fin qui, in attesa delle prossime puntate, il riassunto di un mese vissuto pericolosamente. Pura cronaca. Meglio: già storia. Le conclusioni, però, non vanno tirate adesso. C’è tutto il tempo. L’enigma attuale, se mai, riguarda i bergamaschi come corpo sociale e opinione generale: hanno svalutato nella propria considerazione il loro sindaco, oppure ne hanno apprezzato la levatura e le mosse nella trincea del dramma, dando magari per scontato che comunque farebbe meglio ogni tanto a deporre l’hashtag? Dopo tutto, il vero interrogativo riguarda più che altro se avranno memoria, a tempo debito.

Un pensiero su “GORI, SALTO CON L’HASHTAG

  1. Massimo Sanguineti dice:

    Puntuale e preciso dott.Gatti. Non resta che chiedere una intervista in streaming con Gori per ripetere punto per punto le Sue osservazioni e come diceva Jannacci “..poi veder l’effetto che fa”. Un saluto.
    Massimo Sanguineti

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