GENIALE FAGGIN, LA COSCIENZA BUONA DELL’AI

“Sto investendo in una società di Padova – P49 – che sta sviluppando una AI che ha al centro l’Uomo. Faccio notare che l’etica non è un algoritmo, ma una proprietà dell’AI. È ora di smetterla di affidarci ai tecnocrati, non possiamo pensare di trovare l’etica nei loro pensieri. Ci sono solo il potere e i soldi”.

Una dichiarazione così controcorrente e così incredibilmente giusta che facciamo fatica a credere. L’ha pronunciata un italiano molto famoso, peccato che non sia un capo di stato o un politico potente. Lui è Federico Faggin, vicentino di nascita e americano d’adozione, classe 1941, inventore del primo processore, il più veloce della storia, e pioniere di tutta la tecnologia digitale che utilizziamo oggi.

Di lui, il fondatore di Microsoft, Bill Gates, dice “senza Faggin la Silicon Valley sarebbe stata solo una valley”. Grande fisico e imprenditore dal carattere determinato, manda a quel paese l’Intel negli anni’70 (presso cui lavorava) perché non credeva nelle sue idee. Così, fonda la sua società e riesce a sviluppare il suo piccolo gioiello Z80, che permetterà a tutta l’industria di fare passi da gigante, fino a permettere di inventare – tra l’altro – anche gli schermi touch.

La sua enorme fama deve attendere prima di essere riconosciuta ufficialmente perché, ovviamente, gli invidiosi americani di Intel non ne vogliono sapere di riconoscergli il merito di essere stato il primo: ma non avevano considerato che lui aveva “firmato” con le sue iniziali FF il microprocessore 8008 e, dopo anni di polemiche, dovettero alla fine ammetterlo, sia pur a denti stretti. Barack Obama nel 2010, infatti, gli consegna l’onorificenza più alta in campo scientifico e così pone fine a una diatriba sterile e tutta americana. Anche in Italia, il suo nome fa fatica a prendere il posto tra i grandi innovatori del paese: Mattarella nel 2019 gli riconosce la nomina più prestigiosa a Cavaliere di Gran Croce, a 78 anni. Meglio tardi che mai, ma credo che a lui la cosa non interessi più di tanto, lui sa cosa ha fatto.

Il grande fisico è rientrato nella sua Vicenza tempo e si occupa dal 2008 di argomenti filosofici utilizzando le sue esperienze scientifiche (suo padre era filosofo, buon sangue non mente) di libero arbitrio e della coscienza, proprio perché si sta parlando di AI e lui vuole, ancora una volta, lasciare il segno.

“L’Italia rappresenta anche un luogo di cultura filosofica, di pensiero molto più ricco di quello che ho trovato negli Usa. Noi abbiamo avuto un Rinascimento e sono convinto che avremmo anche un nuovo Rinascimento se lavorassimo insieme invece di essere iper-competitivi gli uni contro gli altri. Il problema è che l’AI fa gola a tutti, e il poterla usare in maniera indiscriminata anche, e purtroppo i primi che vogliono usarla senza restrizioni sono proprio i governi, proprio quelli che dovrebbero mettere le regole”.

Ci affidiamo a uomini come lui per avere la giusta ispirazione e un pensiero nobile, per cercare di affrontare e gestire il tema più impattante del secolo: quello dell’intelligenza artificiale senza controllo. Leggendo le sue parole, che richiamano il rinascimento, l’illuminismo e l’umanesimo, intravediamo una via possibile in cui credere e che dobbiamo sostenere con coraggio e senza esitazione. Là dove vediamo almeno una speranza, fosse pure l’ultima.

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