EUTANASIA DELL’AGRICOLTURA ITALIANA

In un solo anno sono svanite oltre 8.000 aziende agricole, 52.000 tra il 2019 e il 2024.

Questi dati, certificati dalle rilevazioni camerali, sono solo la punta dell’iceberg: nell’ultimo decennio decine di migliaia di imprese familiari hanno chiuso, erodendo quel tessuto diffuso che per secoli ha modellato il paesaggio italiano. Non è un fenomeno congiunturale, ma un mutamento di paradigma.

Alla base di questa emorragia ci sono dinamiche profonde: costi energetici e di produzione in aumento, prezzi agricoli spesso inferiori ai costi reali, burocrazia crescente, squilibri contrattuali lungo la filiera e concorrenza internazionale non sempre equa. Il ricambio generazionale è quasi fermo: le aziende guidate da giovani under 35 rappresentano ormai una quota esigua del totale, e i numeri sono in forte calo nell’ultimo quinquennio.

L’Italia ha giustamente adottato standard ambientali e sanitari tra i più rigorosi al mondo, vietando numerosi principi attivi ritenuti pericolosi. È una conquista civile, figlia di una sensibilità maturata nel tempo. Una scelta che si svuota di coerenza quando sugli scaffali della grande distribuzione entrano prodotti provenienti da Paesi extra-UE che quegli stessi principi attivi li utilizzano ancora. In buona sostanza abbiamo vietato i veleni nei nostri campi, ma li tolleriamo nei nostri piatti.

Non si tratta di invocare barriere ideologiche, bensì di esigere simmetria normativa: non è sostenibile chiedere agli agricoltori italiani di competere con chi opera secondo regole meno stringenti in materia di fitofarmaci, tutela ambientale o diritti del lavoro. In nome di una globalizzazione astratta si accetta una competizione asimmetrica che penalizza proprio chi ha investito in qualità, tracciabilità e sostenibilità.

In questo contesto, l’accordo tra l’Unione Europea e il Mercosur – che comprende Brasile, Argentina, Paraguay e Uruguay – rischia di accentuare ulteriormente lo squilibrio, in particolare nelle filiere della carne e delle colture estensive. In vaste aree sudamericane persistono modelli produttivi fondati su monocolture e uso di molecole vietate in Europa. Liberalizzare senza pretendere piena equivalenza normativa significa trasferire altrove costi ambientali e sanitari che qui si è scelto – giustamente – di non accettare.

A ciò si aggiunge un’ambiguità tutta italiana. Da un lato si proclama la difesa del made in Italy; dall’altro si promuove il Piano Mattei per rafforzare cooperazione e investimenti agricoli in Africa. Se tale strategia non sarà fondata su partenariati equilibrati e sul rispetto delle filiere locali, il rischio è di replicare, in altra forma, la logica estrattiva: produrre altrove per rifornire mercati lontani, comprimendo i costi e delocalizzando l’impatto.

Intanto, nelle campagne italiane, avanza la concentrazione fondiaria: società di capitali e fondi di investimento acquisiscono terreni orientando le scelte verso monocolture e produzioni standardizzate per la grande distribuzione. L’agricoltura familiare, policolturale, radicata nei territori – quella che ha costruito il paesaggio celebrato da Fernand Braudel come intreccio di lunga durata tra uomo e ambiente – arretra.

Le conseguenze non sono soltanto economiche: perdita di biodiversità, aumento del rischio idrogeologico, spopolamento delle aree interne. Quando chiude un’azienda agricola non si perde solo un reddito; si indebolisce un presidio territoriale.

Se il mercato ignora la reciprocità e la politica rinuncia a governare le asimmetrie, l’agricoltura italiana non verrà semplicemente ristrutturata: verrà sostituita.

E con essa si dissolverà un modello produttivo diffuso che non è nostalgia rurale, ma infrastruttura civile del Paese. Senza reciprocità, il libero scambio non è libertà: è squilibrio istituzionalizzato.

Senza dimenticare che un Paese che affida ad altri il proprio pane finisce, prima o poi, per dipendere anche dal loro giudizio.

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