E SPERIAMO CHE I NOSTRI FIGLI IMPARINO DA MATTARELLA, NON DAGLI ALTRI

Due esempi. E per fortuna. Quello triste, cupo, offerto dai politici nell’arco di una settimana da dimenticare, e quello alto, perfetto, del presidente Sergio Mattarella che accetta la rielezione.

Questo hanno visto tutti gli italiani da casa, in un sabato sera all’ora di cena, negli schermi dei loro televisori più o meno grandi.

Ma i più fragili, nonché i più preziosi, fra questi spettatori, sono stati i cittadini più giovani: i quasi diciottenni, prossimi elettori, e i poco più che ventenni che, osservando certi spettacoli indecorosi, è poi difficile si appassionino alla politica.

Più si sale con l’età e meno cose stupiscono o atterriscono; ma è dei ragazzi che mi preoccupo, perché sono la Nazione di domani. Non è una frase fatta, è proprio così.

E se a loro non si dà un chiaro indirizzo su “come si fa” non capiranno più niente e non saranno in grado di governare un Paese, domani.

“Tanto, per come siamo capaci noi più anziani di farlo funzionare…”, obietterà qualcuno, in fondo, con ragione. E con rassegnazione.

Ma io, un po’ Don Chisciotte, non mi arrendo. Vorrei che le nuove forze rappresentate dalla generazione Z fossero in grado di cambiare passo e avvicinarsi alla politica in maniera onesta e con la giusta forma che, come sappiamo, è sostanza.

Ed è esattamente qui che la disponibilità di Sergio Mattarella a restare sulla sua poltrona per un altro mandato si traduce nella migliore lezione per le nuove leve.

Al posto del presidente molti giovani avrebbero, di getto, rifiutato la proposta di secondo mandato (non siete stati in grado di trovare un nuovo capo dello Stato? Bè, arrangiatevi, io “il mio” l’ho fatto), mentre Mattarella, pur dichiarando che i suoi programmi erano altri, ha accettato con grande senso di responsabilità di proseguire il lavoro, in un momento quanto mai delicato a livello nazionale e internazionale.

Tradotto: dai problemi non si scappa, li si affronta. Anche rispondendo al richiamo di quello che banalmente si chiama senso del dovere. Certo, il gruppo di lavoro dovrebbe essere composto da personalità migliori rispetto a quelle che si sono drammaticamente distinte in questi giorni. Ma almeno il vertice tiene, e speriamo che da lì si ricominci meglio, con uno sguardo al futuro da costruire con i mattoni nuovi, sperabilmente più solidi, della prossima generazione, che forse proprio e persino da questa elezione ha imparato qualcosa.

 

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