E COMUNQUE, VIVA LA REPUBBLICA

di CRISTIANO GATTI – Vediamo comitive di ragazzi giovanissimi in fila per deporre fiori davanti alle cancellate delle dimore reali, a Londra. Gli anziani, non ne parliamo: piangono come vitelli. Cose inglesi, cose loro, cose normali per un popolo che vive la morte del principe Filippo come una tempesta emotiva, come uno strappo insanabile nei propri sentimenti e nelle proprie certezze.

Cose loro, ma vediamo che anche dalle nostre parti il coro delle prefiche è assordante. Giornali e televisioni stanno dedicando spazio e aggettivi come a un Papa. Di questo Filippo noi italiani stiamo tratteggiando un’apologia ipertrofica. Tutto quello che non perdoniamo ai Briatore, per Filippo risulta e risalta come virtù. Narciso, dandy e play-boy, traditore seriale di sua moglie, cinico e tagliente con i poveracci, egocentrico e fondamentalista dell’edonismo h24, un motto personale che parla da solo: “Evita il lavoro non necessario” (dev’essere per questo che è campato cent’anni senza lavorare un giorno).

Certo, quando si muore si guadagna subito un generoso bonus di gratificazione e di riconoscimenti, ma qui manca poco che per questo principe vitellone parta il processo di beatificazione.

Tutto questo, almeno qui da noi, a me non sembra così normale. Il Regno Unito si chiama Regno e ha la sua monarchia, per cui è evidente che il popolo suddito pianga i suoi miti. Ma noi. Noi possiamo compatire, partecipare, rispettare, però fermiamoci qui. La pietà umana per un morto è doverosa, il resto avanza.

Piuttosto, è proprio in questi momenti che dovremmo fare mente locale e notare una certa differenza tra il nostro sistema e quel sistema, in cui sopravvivono immense posizioni di rendita e di privilegio a carico della collettività. Sono questi i momenti per confrontare monarchia e repubblica, tenendoci molto stretta la nostra repubblica. Tutti i populisti sarebbero pronti a dirci che anche nel nostro format istituzionale esistono caste e posizioni di privilegio, che certe persone vivono sulle spalle di altre, ma non è un’obiezione sensata: queste perversioni sono colpe degli uomini, non della repubblica. Fin dai tempi di Atene e di Pericle, la repubblica sperimenta la strada più impervia, cioè trasformare i sudditi che devono obbedire ciecamente alle lune di uno solo in cittadini responsabili che partecipano al progresso collettivo.

Davanti allo spettacolo inglese dei sudditi che piangono il principe, sarebbe un grande piacere da parte nostra dedicarci a un bel ripasso, riscoprendo quanto ci sembra banale, ma che è costato sangue, fatica, dolore. Cioè questa realtà compiuta, per quanto difficile e imperfetta, di un ideale che in fondo ha radici evangeliche, l’idea poetica e romantica degli uomini tutti uguali e liberi, senza più un suddito e senza nemmeno re e regine che vivono di rendita sulle spalle del popolo, evitando “il lavoro non necessario”, solo in virtù di una pretesa superiorità per diritto di sangue, inspiegabilmente blu. Il simpatico dettaglio: il nostro articolo uno dice subito che la repubblica è fondata sul lavoro, a scanso di equivoci, ma soprattutto a scanso di fannulloni e parassiti, straccioni o reali non importa proprio.

Sono discorsi scontati, da 2 giugno, ma in queste ore di lutti e cerimoniali inglesi stanno restando troppo lontani, troppo fuori, qui in Italia. C’è un sacco di gente, per la verità più sui giornali e in tv che nelle case di città e vallate, impegnata a suonare i violini sotto i balconi della monarchia. Ma dopo tutto non deve nemmeno sorprendere: anche se vive comodamente adagiata nella Repubblica, c’è un sacco di gente che resta irrimediabilmente suddita dentro, sempre.

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