DIEGO, UN DOPO-VITA COME LA SUA VITA

di TONY DAMASCELLI – Un mese e mezzo prima di morire Diego Armando Maradona convocò un avvocato e scrisse di proprio pugno: “Oggi stesso, dopo una profonda riflessione, desidero manifestare la volontà che, alla mia morte, il mio corpo sia imbalsamato e mostrato in pubblico”.

Maradona è morto ma nessuno ha voluto eseguire le sue ultime volontà. Lo hanno esibito nei selfie codardi ma hanno evitato di farne una mummia da offrire agli occhi del popolo straziato.

Esaurite le lacrime è il tempo del ghigno delle jene affamate, quel corpo è gonfio di denari, non se ne conosce il limite, cento, duecento milioni e case e ville e gioielli e preziosi e automobili e un carro armato, tutto fa copertina, chiacchiericcio volgare, pettegolezzo da barrio bairense o basso napoletano.

Litigano le figlie, strepita l’ex moglie, altre donne, sparse nel maramondo, disputano una partita miserabile, ognuna, ognuno vanta un credito.

C’è Claudia, la donna che Diego sposò il sette di novembre dell’Ottantanove e dalla quale divorziò il sette di marzo del Novantotto, che gli ha dato due figlie ma, stando alle accuse di Diego, gli ha portato via ottanta milioni di pesos, sei milioni di dollari, da una cassetta di sicurezza in Uruguay, e quattrocentocinquantotto, in cifra 458 oggetti di valore vario, medaglie d’oro, coppe, maglie, argenti che il fuoriclasse aveva raccolto in carriera. E ancora, appartamenti a Baires e a Miami.

Una bella coppia, si diceva così nei favolosi anni, ma con le due figlie complici di frode, truffa, illecito impiego di denaro, sempre secondo la tesi di Maradona che ha denunciato la sua sacra famiglia, l’ha svergognata, cancellata dal testamento, imbalsamata, esibita in pubblico.

A Napoli invece non ci sono jene ma abili opportunisti, gli hanno dedicato lo stadio soltanto oggi che Diego è morto. Avrebbero dovuto ricordarsene in vita, sarebbe stata una festa vera, una celebrazione al campione ancora vivo e non all’idolo scomparso, come seppero fare quelli del Real Madrid intitolando, nel gennaio del Cinquantacinque, il vecchio Chamartin a Santiago Bernabeu, che era ancora il presidente del club (aveva sessant’anni come Diego) e sarebbe rimasto in carica fino al giorno della sua scomparsa, il due giugno del Settantotto.

Per Maradona, lacrime, mortaretti e carte bollate. Un dopovita in linea con la sua vita.

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