DALLA CADILLAC ALLA TONACA, IN VIAGGIO VERSO LA FELICITA’

Pubblicato nel 1976, il saggio di Erich Fromm “Avere o essere?” divenne quasi istantaneamente un bestseller internazionale. Un successo che, per primo, dovette sorprendere lo stesso Fromm: non accadeva spesso che uno psicanalista tedesco si inserisse nel rarefatto gruppo degli autori più venduti al mondo.

Evidentemente, già nel 1976 Fromm aveva toccato un problema sensibile: può il benessere materiale compensare, o sostituire, il benessere spirituale e psicologico? Il possesso di denaro, di beni di lusso, di oggetti status symbol, riesce a riempire quello che Sartre, altro tipino pieno di domande, definiva il “vuoto originario dell’essere”? Noi, che senza essere materiali siamo comunque terra a terra, torneremmo piuttosto alla classica domanda sentita mille volte: “Il denaro fa la felicità?”. E ancora: “Quanto conta la bellezza? E’ sufficiente a dare un senso alla vita?”

Fromm, dunque, scopriva in un certo senso l’acqua calda, ma rilanciava la questione del materialismo all’interno di una società, quella occidentale, sempre meno variegata sul piano culturale e sempre più amalgamata su quello economico, indissolubilmente legata al modello industriale, al consumo, all’obbligo della crescita, e però consapevole di essersi lasciata alle spalle qualcosa, di aver perduto un sogno, anche improbabile, di generosità e purezza. “Avere”, per Fromm, era sinonimo di possesso, di avidità, e quindi di chiusura dell’ego; “essere”, al contrario, era una ricerca aperta al prossimo, “vita che si esprime come attività e perenne motivo di trasformazione”.

Come si vede, Fromm spiegava con molta chiarezza il concetto di “avere”, mentre misurandosi con “essere” finiva per impiegare espressioni suggestive ma non di rado vaghe. Il problema, in fondo, è sempre stato quello: sappiamo che “avere” non basta, che investire tutta la nostra esistenza nella sfera materialista è un errore, ma l’alternativa non è mai stata troppo chiara. Tanto è vero che la cerchiamo in mille direzioni diverse: meditazione, pratiche new age, Zen e altre forme di distacco dalla realtà fisica e dal suo brutale mercanteggio sociale. Naturalmente, c’è anche chi si affida alla fede.

A cinquant’anni dalla pubblicazione di “Avere o essere?” il dilemma di Fromm non è stato risolto, il che non va a diminuire la figura del saggista tedesco: il suo compito, perfettamente eseguito, era quello di porre la società davanti a un problema, non offrire soluzioni a presa rapida. Di fatto, quella soluzione la stiamo ancora cercando, visto che viviamo una stagione in cui l’avere, sempre più impastato con l’apparire, domina la scena lasciando dietro di sé un enorme (e pericoloso) accumulo di delusione, frustrazione, senso di impotenza. Basta osservare come ne sono afflitte le giovani generazioni, presto chiamate al confronto con i coetanei attraverso i riflessi di mille e poi mille specchi virtuali.

Il problema doveva dunque saltar fuori di nuovo, prima o poi. Ed è segno dei tempi che oggi venga proposto dal fondatore di un’azienda per la produzione e la distribuzione di cosmetici, la Elf Cosmetics, il cui valore è stimato in 3 miliardi di dollari. Dodici anni fa, Scott Vincent Borba, il suddetto fondatore, si trovava all’apice del successo, inseguito e raggiunto sulla spinta di un vorace desiderio di ricchezza e popolarità. Una sera, decise di ospitare un party per celebrare la ristrutturazione della sua villa sulla colline di Hollywood. Proprio in quel momento, mentre i suoi levigatissimi ospiti arrivavano a bordo delle loro auto di lusso, Borba venne colto dal dubbio: “Far soldi e accumulare roba che lasceremo dietro di noi al momento della morte: è questo il senso della vita?”

Fu l’inizio, racconta oggi lo stesso Borba, di una transizione dall’avere all’essere che lo ha infine portato a essere ordinato sacerdote nella Chiesa cattolica e a svolgere il suo servizio nella Diocesi di Fresno, in California.

Anche la fine della vicenda, così come l’inizio, è tipica dei nostri tempi, che ha bisogno di segni eclatanti, ovvero di una spettacolare parabola a 180 gradi, quella dell’avido imprenditore, tutto impegnato a imporre e sfruttare impossibili modelli estetici, diventato umile pastore: niente più creme e trattamenti al laser, solo una semplice veste da prete, meglio ancora sarebbe un umile saio.

Utile, per noi, la storia di Borba, che comunque ci offre l’occasione per fermarci a tirare il fiato e riflettere su quanto sia sciocca la costante preoccupazione di apparire meglio e più di quanto siamo, mentre siamo attorniati da un alveare composto da individui che, comunque, non guardano altro che a se stessi.

Nell’assoluto rispetto per la scelta di Borba, credo però che senza per forza partire dalle colline di Hollywood tutti possiamo percorrere la nostra strada e arrivare più vicini alla fonte dell’essere. Demoni e santi hanno un loro ruolo e certamente attirano l’attenzione, ma a noi più spesso tocca una vita lontana da questi estremi: non per questo va vissuta con meno intensità e impegno nella ricerca della migliore versione di noi stessi.

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