A me i furbacchioni della flottiglia non sono particolarmente simpatici: li trovo, nella migliore delle ipotesi, degli annoiati arruffapopoli. Questo non toglie una virgola al mio giudizio sull’insopportabile arroganza con cui sono stati prelevati e poi maltrattati dagli Israeliani: Israele ha mostrato anche alla distrattissima opinione pubblica italiana il proprio modo di operare e, soprattutto, la propria sconcertante visione del mondo.
Un mondo in cui credono di potersi muovere con la spocchia con cui il padrone della filanda si muoveva tra le operaie del proprio opificio o un latifondista attraversava, a cavallo, la propria sterminata proprietà terriera. Solo che gli Israeliani non sono né magnati del cotone né latifondisti ottocenteschi: sono un manipolo di occidentali circondati da arabi ostili. E, se questo ha concesso loro la nostra personale solidarietà, non dà loro certo il diritto di esibire una muscolatura ipertrofica a ogni piè sospinto. Né, men che meno, di ignorare il diritto internazionale o la semplice civiltà, in nome del proprio singolare arbitrio.
Perché l’arroganza israeliana è un’arroganza del tutto peculiare: essa deriva da due diversi meccanismi, che, agendo sinergicamente, ne fanno gli antipatici per antonomasia. Il primo meccanismo è, diciamo così, ontologico: gli Ebrei sono sicuri di essere la razza eletta e si comportano di conseguenza. Non è il semplice “Gott mit Uns”, che ha, da sempre, accomunato tutti i popoli in guerra (e Israele è in guerra da quando esiste): è l’essenza stessa dell’ebraismo, che poggia sull’idea che Dio abbia scelto Israele come proprio popolo. Non chiedetemi perché: è un semplice atto di fede, che, però, nel caso di Israele, è un poderoso mito fondante della nazione ebraica, dalla diaspora in poi. Va da sé, quindi, che chi ha dalla sua nientemeno che il Padreterno si senta autorizzato a fregarsene delle leggi umane: sia quelle scritte nei codici che quelle dettate dalla pura e semplice umanità. Ne deriva un comportamento che denuncia un sovrano disprezzo per tutti quelli che non appartengano alla congrega: e il comportamento degli Israeliani nel caso della guerra di Gaza lo dimostra ad abundantiam. Ivi compresa la bruttissima sceneggiata con i flottigliari. Iva compresa la sprezzante profanazione di crocefissi e statue sacre ai cattolici.
Il secondo meccanismo è, invece, legato alla Shoah, che è l’autentico totem del sionismo del ventunesimo secolo: un totem che non si nomina, che nemmeno si rammenta più e che i giovani israeliani vivono come un tormentone superato dalla storia. Ma è un totem che fornisce a ogni marachella commessa da Israele un poderoso alibi: dopo quello che abbiamo passato, sembrano dirci, possediamo una specie di bonus di fronte al mondo. Un bonus per il quale azioni che, normalmente, sarebbero considerate alla stregua delle malefatte degli Einsatzkommando, vengano non si dice tollerate, ma, perlomeno, guardate con un occhio meno critico del dovuto. L’arroganza della vittima che si vendica del carnefice, insomma: solo che i carnefici sono tutti belli e morti e la vittima, oggi, assomiglia terribilmente ai propri vecchi persecutori.
E, così, anche se nessuno lo dice, Israele, da Paese guardato universalmente con simpatia e solidarietà, per il suo passato e per il suo presente, si è, poco a poco, trasformato in Stato odiato da tutti. E, se non odiato, almeno duramente criticato. Mi direte che Israele non è il suo governo. Giusto, ma qualcuno quel governo lo avrà pur votato. D’altronde, nazismo e fascismo sono arrivati al potere con libere elezioni: vogliamo dire che non tutti i Tedeschi erano nazisti e non tutti gli Italiani erano fascisti? Verissimo, ma sta di fatto che le loro maggioranze hanno scelto il male.
Insomma, Israele ha poche scusanti in questa sua escalation autoritaria e aggressiva. Noi ce ne siamo accorti soltanto adesso, perché è toccata a noi la violenza gratuita e rabbiosa: ma altri popoli quella rabbia e quell’aggressività le conoscono da molto tempo. Oddio, non che siano degli angioletti neppure loro: tuttavia, mi pare stucchevole il giochetto di chi abbia iniziato ad odiare per primo. Si odiano, questo è il dato di fatto: solo che l’odio degli uni ci sembra più odioso dell’odio degli altri. E questo per le ragioni di cui sopra: in fondo, ci sentiamo tutti un po’ in colpa per Schindler’s List.
Credo che, invece, dovremmo guardare a Israele con gli occhi del presente, senza filtri storici o ideologici. E riconoscere in quegli studenti travestiti da sgherri, in quei borghesi in divisa, in quegli improvvisati aguzzini, la banalità del male, di cui scriveva la Arendt. La solita banalità del male, che non ha nazione né colore e non conosce popoli eletti.
