Respira, sei in Trentino! Così recita una recente pubblicità della Provincia Autonoma. E c’è da darle ragione: in Trentino si respira per davvero. Ci trovi pulizia e benessere, organizzazione e natura, piste ciclabili ben tenute e sentieri sempre tirati a lustro. Insomma, il Trentino può essere un autentico paradiso.
Poi, però, anche l’idilliaco Trentino ha qualche piccola magagna: qualche pecca che, all’occhio ammirato del turista, non sempre compare. Siccome, invece, io in Trentino ci abito per parte dell’anno, da più di cinque lustri, posso dire di avere una visione un tantino meno da cartolina di questo splendido territorio. Intendiamoci: è tutto vero quel che si dice di ospitalità, ricettività, accoglienza e meraviglie paesaggistiche. Io abito tra l’Adamello e le Dolomiti di Brenta: figuratevi se smentisco. Solo che non è tutto oro quel che luccica.
E le due caratteristiche più negative dei Trentini sono, purtroppo, piuttosto significative. La prima è quella che Virgilio chiamava “sacra auri fames”: il desiderio di far palanche, insomma. Desiderio per cui il turista, soprattutto quello occasionale, viene spremuto quanto più possibile, con gabelle tra le più proditorie e, permettetemelo, assurde. Parcheggi cari ammazzati. Ticket per entrare in val Genova. Affitti alle stelle. Impianti di risalita a peso d’oro. E fosse solo questo: in Trentino, si ha la sensazione nettissima che esistano due unità di misura: quella del “gabin” e quella dell’indigeno. Se hai la sventura di essere il “gabin” verrai spennato sistematicamente, a petto degli enormi benefit dell’autoctono.
A tal proposito, ve ne racconto una, capitata a me, che non sono né carne né pesce, qualche giorno fa. Vado con la mia morosa al lago di Molveno: luogo splendido dove mi reco spesso a fare due bracciate. Se vuoi trovare parcheggio, devi arrivarci piuttosto presto e, comunque, ti si pongono due alternative: o paghi o esponi il disco orario, nei posti in cui si può fare. Io lo faccio: da bravo italiano che rispetta le regole, espongo un bel disco orario in bella vista. Quanto torno, però, mi ritrovo una multa: poca roba, trenta euro, ma è la motivazione che è sconcertante. Siccome sul vetro della mia automobile è appiccicato, da sempre, un indicatore di sosta in disarmo, che segna un’ora del tutto improbabile, l’astuto “agente 2” del Comune di Molveno ha pensato bene di elevarmi contravvenzione per avere esposto “due dischi orari discordanti”.
Ora vi spiego come si è potuti arrivare a questa assurdità. Arriva l’agente 2, vede un’auto forestiera e pensa: ecco il solito Italiano furbacchione, adesso lo aggiusto io. Invece, il disco c’è, in bella vista. Ma il solerte agente non demorde: fammi un po’ vedere cos’è quello…aaah! Un secondo disco orario, che non concorda col primo: una bella multa non te la leva nessuno, Taliano! Capito?
Sono sicuro che è andata così, perché in Trentino funziona quasi sempre così. Solo che i Trentini non sono gli Islandesi: sono inflessibili con i forestieri, ma poi tra loro si mostrano parecchio più indulgenti. E questo è il secondo difettaccio dei nostri cugini atesini. Ho visto bambini di dodici o tredici anni, in due, su una moto targata, girare senza casco, neanche fossimo a Palermo. E ho visto esporre fuori da un cantiere un colossale cartello, con indicate tutte le norme possibili e immaginabili sulla sicurezza, mentre gli operai lavoravano sul tetto, in braghini e ciabatte, senza imbrago né casco. L’ho visto io, io me, io con questi occhi: non l’ho mica sentito raccontare al bar dal solito saputello.
Perciò, lasciatemi dire che, al di là di un’evidente arrabbiatura per una multa demenziale, la mia proverbiale vena polemica trova ragion d’essere, nel caso palmare dei perfettissimi Trentini, che ci insegnano una morale che, sovente, si dimenticano di applicare in casa loro.
Un’altra volta, ad esempio, tornavo a Pinzolo a tarda notte, dopo essere stato a lavorare tutto il giorno a Gorizia. Mi ferma una pattuglia di Carabinieri a una decina di chilometri da casa. Controllano documenti, gomme, assicurazione: tutto in regola. Alla fine, uno dei due mi tira fuori la balla che avevo la musica a cannone (vorrei vedere voi, alle tre di notte, stanchi morti, col rischio di addormentarvi), il che avrebbe potuto configurarsi come guida pericolosa. A quel punto esplodo e dico ai due militari che si stavano accanendo solo perché avevo una targa allogena: se fossi stato un locale non si sarebbero mai sognati di farmi un pieno del genere. Per questa volta, vada, è stata la risposta.
Insomma, una specie di mafietta, piccina picciò, c’è anche quassù, nel Welschtirol. C’è, ma non si vede, se non ci vivi dentro. Perciò, cari aspiranti turisti trentinesi, adelante con juicio: non fatevi ingannare da nastri e lustrini. Respira, sei in Trentino! Ma prima assicurati che non sia a pagamento anche il respirare…
