CON I VECCHI SIAMO PEGGIO NOI DEL COVID

di LUCA SERAFINI – Rientrando dopo mezzanotte da una trasmissione sportiva, in auto ascolto Rai Radio 1: parlano di anziani. Non faccio in tempo a sapere il nome di chi conduce al microfono e del medico collegato telefonicamente, perché sono concentrato sulle loro parole. E rifletto. Sulla loro parola chiave, in particolare: “Vecchio”.

L’ospite sostiene che la medicina italiana cataloga le persone tra i 65 e i 75 anni come “giovani anziani”, quelle fino agli 85 semplicemente “anziani”, gli over 85 “grandi anziani”. Anziani, non vecchi, perché “vecchio già da tempo è diventato un vocabolo irriverente, quasi offensivo”, chiarisce, con ragione. La mia generazione, quando era teenager, definiva mamma e papà “la vecchia” e il “vecchio”, con il tono che tradiva l’implicita descrizione di due rompiscatole. Però avevamo ancora grande rispetto dei nonni, perché riferito a loro invece “vecchi” significava saggi, dispensatori di consigli, raccontatori sublimi di storie e aneddoti di vita. E poi, i nonni ti concedevano tutto, ti davano tutto, trasgredendo gli ordini dei “vecchi” genitori…

Oggi i vecchi sono numeri. Sono statistiche. Se ne parla in funzione della produttività o del peso sociale, e – siamo onesti – quel sensibilone di Giovanni Toti non è l’unico a ritenerli non indispensabili. Anche con struggente autoironia: la giornalista e scrittrice Natalia Aspesi, 91 anni, di recente ha negato l’intervista richiestale da un canale televisivo americano. “Cosa volete sapere dai quasi morti?”, la sua macabra, amara, sarcastica risposta.

Il Coronavirus è ritenuto persino da qualche convinto cattolico di mia conoscenza una sorta di repulisti divino, il che ci autorizza a crogiolarci nei dati che indicano gli over 75 i più colpiti dalla morte da Covid. Non dimenticando di aggiungere: “E con almeno 3 patologie”. Eppure quel medico su Rai Radio 1 rivela che il 75% degli anziani “si sente in ottima salute anche se vittima di patologie”. Lo confermano altri dati, altri numeri: siamo il secondo Paese al mondo dopo il Giappone con la percentuale più alta di over 65 rispetto alla popolazione, più del 35%. Si stima che la popolazione italiana calerà dai circa 60 milioni di persone attuali a 54 milioni entro il 2065. Nel 2050 gli over 65 saranno 20 milioni, di cui 4 milioni sopra gli 85 anni, dato favorito da un ulteriore innalzamento dell’aspettativa di vita a 86,1 anni per gli uomini e 90,2 anni per le donne.

Insomma, cari under 65: il nostro quotidiano sollievo che la morte da Covid tanto non ci tocca perché se ne vanno loro, i vecchi, potrebbe essere minato da quel senso di colpa non solo puramente cattolico, pensando che la maggior parte di loro sta bene. Hanno l’artrite (61%), non ci vedono molto (9%), ci sentono ancora meno (18%), camminano a fatica (35%), fanno fatica a vestirsi e spicciare le cose domestiche (36%) e il 44% non è in grado di prepararsi i pasti autonomamente: ma stanno bene. Possono, potrebbero, vivere a lungo. Vorrebbero. Compatibilmente con la condivisione con i più giovani della loro esperienza, della loro saggezza, in cambio solo di una carezza, un aiuto, un po’ di dolcezza e gratitudine.

D’altra parte il pensiero nemmeno troppo strisciante di una pandemia che si accanisce solo sui vecchi (in fondo l’incoscienza estiva questa origine ce l’aveva eccome), quasi come un male necessario, è già insito in molti di noi, ai quali al limite verrà solo un po’ di febbre e la perdita del gusto.

A parte che non è esattamente così, perché le fasce under 65 vengono colpite ora da una letalità crescente, non possiamo comunque disfarci dei vecchi come una liberazione, con l’intima ratio del minore dei mali, con il fatalismo che “prima o poi tutti…”, perché per di più morire in questa epoca assurda è spesso persino una condanna allo strazio della solitudine finale.

Temo però che per rispolverare sentimenti antichi verso i nostri vecchi, purtroppo, sia troppo tardi: gli algoritmi, prima dei virus e dell’età, li stanno già spazzando via. Da vivi.

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