In curva, al Bentegodi di Verona, un tifoso del Como ha inalberato sorridente uno slogan molto efficace: “Passiamo Brogeda”. Laddove con Brogeda si intende la dogana autostradale che, all’altezza di Como, vigila sul confine tra Italia e Svizzera.
Il Como “passa”, ovvero oltrepassa, Brogeda grazie allo storico risultato della sua squadra di calcio che, avendo vinto a Verona, è matematicamente tre le prime sei in serie A e quindi ammessa all’Europa del pallone.
Risultato, si diceva, storico, dunque inedito. Città di confine, a un passo dal diventare internazionale, fornita di molte caratteristiche per esserlo davvero, Como ha sempre esitato a consegnarsi del tutto al palcoscenico del mondo. Ci voleva uno spintone: la città si ritrova oggi in Europa grazie a un complesso di cose, come direbbe Paolo Conte, che a guardar bene di comasco ha poco. La proprietà della squadra, i dirigenti, l’allenatore (l’arrembante Fabregas), i giocatori: tutti (o quasi) stranieri. Toglie qualcosa, questo, all’impresa del Calcio Como 1907? Non proprio. Va però riconosciuto che l’epopea calcistica giunge a completare una parabola altamente simbolica.
Como, città per tradizione riservata, dove generazioni di giovani hanno ripetuto che “qui dopo le otto di sera non c’è più un cane per strada” e dove comunque telefonare dopo le nove era considerato disdicevole, nel giro di pochi anni si è scoperta “brand” riconosciuto a livello mondiale, prima per il turismo, ora anche per il calcio (e tra le due cose c’è una connessione intima e necessaria).
Il mondo, insomma, è calato sul lago strappandolo al suo torpore, alla sua timidezza quasi selvatica. C’è il rischio che i comaschi fatichino a riconoscere la loro città, con gli Airbnb del centro affollati di gente proveniente da tutti i continenti, i Cinque Stelle (intesi come hotel di lusso) che spuntano ovunque e, nel calcio, tanti stranieri in campo e Hugh Grant e Keira Knightley in tribuna d’onore. Perfino il tradizionale patrono, Sant’Abbondio, vacilla: in fondo qualche miracolo va pure riconosciuto a San George (Clooney) da Hollywood, che benevolo sorride e benedice dalla sua magione di Laglio. Intanto, però, “passiamo Brogeda”: poi si vedrà.
In città si discute animatamente del nuovo stadio, che dovrà rimpiazzare, nel lotto calcistico più bello del mondo, il vecchio Sinigaglia, sul cui campo il Como ha scritto le pagine migliori della sua storia, soprattutto negli anni Settanta e Ottanta sotto la guida di condottieri come Pippo Marchioro, Ottavio Bianchi, Rino Marchesi ed Emiliano Mondonico. Ma da oggi si cambia: ai tempi l’ambizione suprema era la salvezza, oggi… non si sa: finché il “brand” tiene, tutto, in teoria, è possibile. Questo bengodi viene da interessi e investimenti perlopiù internazionali e, forse, con questa sorta di benevola “appropriazione” la città dovrà un giorno fare i conti. Non oggi, però: non nel giorno delle bandiere e della festa. Il calcio porta ufficialmente il Como in Europa e mette definitivamente in testa ai comaschi di appartenere a un posto speciale. Perché speciale, effettivamente, lo è per davvero.
