CARLIN PETRINI, CHE VIVEVA COME MANGIAVA

“Mangia piaaanoo!”. Quante volte l’ho sentito dire dai miei genitori, loro e ovviamente nemmeno io potevamo immaginare che un giorno sarebbe arrivato un tipo piemontese a creare lo slow food, dunque il lento mangiare, la qualità della vita, della tavola, prima di ogni altra cosa.

Carlo Petrini ha lasciato la Terra Madre che non fu soltanto una rete internazionale dedicata al cibo, ma l’identità precisa delle nostre origini poi violentate dal consumismo alimentare, dal fast food, dalla velocità che nulla insegna e tutto annienta.

Carlo era detto Carlin come si usa in Piemonte, così era ribattezzato Carlo Bergoglio, giornalista, disegnatore e scrittore di storie di ciclismo e di calcio. Petrini veniva da Bra, la stessa culla di Maddalena Bercia madre di Giovanni Arpino che qui conobbe Rina, poi moglie e qui scrisse righe dolcissime “…Adesso il paese è rotolato giù dalla collina come una manciata di biglie, e ogni giorno si allarga e si slunga nella pianura, con ciminiere e osterie col gioco di bocce e orti. E case hanno fatto dove una volta venivano solo funghi.”

Bra, tre lettere per una storia che Carlin Petrini si è portato appresso nei suoi viaggi fantastici e molto reali, alla ricerca di un Paese smarrito, dentro casolari e stamberghe, a usmare profumi, vapori, a ritrovare sapori dimenticati, fossero la farina o il burro, il latte o le cipolle, i prodotti della terra e dell’uomo, la fatica e l’alba a sorridere per il raccolto.

Quando, quarant’anni fa, diede vita a Slow Food venne preso a male parole da quelle che è chiamata intellighenzia, la sinistra lo accusò di essere un dandy privilegiato, un bon vivant, mentre i contadini morivano di fame lui andava a sfruculiarli sulle semine. L’ignoranza figlia di una ideologia avvelenata fece posto alla conoscenza, anche perché Carlìn era un uomo di sinistra ma non certo della sinistra (Giorgio Gaber il primo di questa lista), si rivolgeva al popolo e al nobile, al papa e al re, nel senso vero, autentico dei titoli, e tutti costoro lo veneravano, non per snobismo ma perché avevano e avevamo capito il messaggio primo e ultimo, mangiare sano per vivere sano, già i latini ne avevano parlato accennando al corpo e alla mente.

E’ pur vero che qualcuno ha approfittato di questa tendenza salutistica, speculando con etichette e marchi di origine non del tutto controllati, prezzi in ascesa e qualità non sempre definita. Ma il treno era partito e Carlìn, con quella faccia come mille e da mille diversa per il guizzo dello sguardo, per la calma lenta del dire, per la sapienza del pensiero, ha saputo guidarlo senza mai accelerare, mai inseguendo il tappeto rosso, colore che gli è appartenuto, a volte Don Chisciotte a volte vero combattente contro le diseguaglianze, usato a sproposito dai soliti noti che si ritengono depositari del bene, dell’etica, della giustizia sociale, per poi spassarsela tra caviale e champagne. Carlin ha lasciato traccia forte sulla quale in molti, troppi forse, hanno calpestato una terra pura.

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