CHE PROGRAMMONE, LA MORATTI

 

di GHERARDO MAGRI – L’esordio di Letizia Moratti, fortemente e orgogliosamente imposta dagli ex poteri forti del decano Berlusconi e dal premier in pectore Salvini, icona del management (?) che dovrebbe ribaltare l’immagine decaduta e decadente della sanità (politica) lombarda, questo esordio si presenta subito roboante come un mortaretto in un bicchiere d’acqua.

Le priorità della vicepresidente e assessore al Welfare della Lombardia sono chiare, nella sua prima partecipazione alla giunta guidata da Fontana dice letteralmente:  “Il mio compito è quello di cercare di fare al meglio e, quindi, di migliorare laddove possibile. Tra le priorità c’è quella di proseguire nel piano vaccini e, possibilmente, di incrementarlo o migliorarlo, ma dipenderà molto dalle dosi che ci darà il governo”.

Avesse detto. Si ricordano esordi più brillanti in passato, almeno a parole. Il suo discorsetto d’iniziazione non sembra stavolta niente di rivoluzionario, piuttosto suona come un chiaro “mettere le mani avanti”, nel caso il governo (eh, sì, sempre il governo impiastro) non farà bene il suo dovere.

Deludente la prima. Se l’idea è mettere in mezzo Arcuri, non è nuova. E’ comoda, ma non è per niente nuova.

L’esiliato Gallera, come sappiamo a disposizione per ogni poltroncina disponibile, con un po’ di impegno e messo alle strette, sarebbe stato in grado di preparare un proclama simile a questo. Forse non solo Gallera: qualunque fattorino del Pirellone. Magari altri avrebbero pure ritoccato l’impianto lessicale della solenne dichiarazione d’insediamento, utilizzando più sinonimi delle parole meglio-migliorare.

Questo però, va concesso, è solo l’inizio. Adesso la Moratti ha tutto il tempo di fare pure peggio.

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