CARO MAGRI, TI DICO CHI ERA (DAVVERO) CHAPLIN

di PIER AUGUSTO STAGI – È chiaro che è una questione di gusti, un po’ come per il caffè. E devo dire che lo spot della Lavazza ha il merito di essere “emozionale” – come direbbero adesso -, con una narrazione o storytelling degna di una grande campagna pubblicitaria, e con questo insieme di parole potrei anche andarmi a gettare nel Naviglio, ma temo ci sia troppa gente in giro.

Se però vogliamo entrare nel merito di questo spot decantato dal nostro Gherardo Magri è necessario ricordare la figura di Charlie Chaplin. Sono appassionato da sempre di cinema comico, mi sono sparato sin da ragazzo tutte le rassegne possibili e immaginabili in materia: da Buster Keaton a Stanlio e Olio, dai fratelli Marx a Totò, da Lerry Semon (da noi Ridolini) a Charly Chaplin appunto. Ho visto e letto molto e far passare per Gandhi o San Francesco uno degli uomini più controversi e sgradevoli della storia del cinema, beh, non ci sto.

Un conto è Charlot, il mitico vagabondo, vestito in modo buffo e costretto a vivere ai margini della società, ma nonostante questo con una sua eleganza da gentleman decaduto, un’altra cosa è Chaplin. Arrivista, assetato di donne – soprattutto minorenni – e di denari. Un uomo raccontato in decine di biografie come cattivo e spietato. Cattivo e spietato con Stan Laurel, per esempio. Lui sì buono e leale, fino alla fine. Un Laurel pienamente consapevole di essere stato defraudato, ostacolato e financo plagiato, da Chaplin.

Quando nel 1910 Laurel e Chaplin fecero la loro prima tournée in America con la compagnia di clown di Fred Karno, i due avevano origini teatrali simili: gli sketch e la pantomima del music-hall. T.S. Eliot scrisse nel 1923: Nel music-hall i comici trovavano l’espressione e la dignità della loro vita. Chaplin cercava soprattutto denaro. I padroni di casa e le mogli, in scena, erano suoi nemici, ma perché facevano ridere. Laurel, invece, rifacendosi a un grande del vaudeville, Dan Leno, tentava di mimare in abiti da pezzente la pena che era la vita. Lo faceva soprattutto nel modesto alloggio che lui e Chaplin avevano preso in affitto nei pressi di Times Square, ideando sketch, sfornando una trovata dietro l’altra, come se fossero in scena. Chaplin lo guardava, prendeva nota. Poi, quelle trovate le portava lui in palcoscenico. Quando Laurel provò in teatro un numero che aveva preparato in segreto, “Jimmy l’intrepido”, Chaplin fece suo anche quello, e il giorno dopo Laurel fu licenziato.

Chaplin, nella sua autobiografia, non menziona Stan Laurel nemmeno una volta. Perfino nel “Grande dittatore” esiste una sua parodia che precede il film di Chaplin di almeno due anni. Poi, fortuna di Laurel, nacque la coppia più fortunata del cinema americano, Stan e Ollie, da noi Stanlio e Ollio, il magro e il grasso.

Secondo l’autobiografia di Marlon Brando, Chaplin trattava Sydney, uno dei suoi figli, “con crudeltà”. Quando Brando e Sydney, anch’egli attore, lavorarono con Chaplin nel film “La contessa di Hong Kong”, Chaplin era solito umiliare suo figlio di fronte al resto del cast, e Sydney disse a Brando che suo padre era solito “trattare così tutti i suoi figli”. Anche lo stesso Brando fu vittima dell’ira di Chaplin. «Di fronte all’intero cast Chaplin mi esplose contro, mettendomi in imbarazzo, dicendomi che non avevo senso dell’etica professionale e che ero una disgrazia per il cinema» scrive. Il motivo? 15 minuti di ritardo.

In altre parole, se alcuni biografi tratteggiano l’immagine di un genio arrogante che manipolava tutte le persone intorno a lui senza rimorsi, Brando è anche un po’ più netto. «Chaplin – scrive – è probabilmente l’uomo più sadico che io abbia mai incontrato».

Lo spot della Lavazza ha chiaramente tutte le più buone intenzioni, ma le parole pronunciate da Chaplin sono un esercizio astuto di retorica tanto al chilo, più falso di ogni finzione cinematografica. Per questo più di un caffè a questo punto ho bisogno di una camomilla.

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