CAPACI PER SEMPRE

Ancora una volta, l’Italia ricorda uno dei giorni più cupi della sua storia repubblicana. Ci piace che a farlo per @ltroPensiero sia una lettrice sensibile, che dimostra davvero cosa significhi non dimenticare, e che per scelta non concede la maiuscola a Cosa Nostra:

di CRISTINA DONGIOVANNI – Autostrada A29 Palermo-Mazara del Vallo, svincolo per Capaci. Ore 17,58 del 23 Maggio 1992, 28 anni fa. Cinque quintali di tritolo aprono una voragine che inghiotte Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre uomini della scorta, Antonio Montinaro, Vito Schifani e Rocco Dicillo.

Un istante malefico che scosse molto più di quanto immaginava cosa nostra. Non per la morte di Falcone, ma esattamente per il suo valore. Le macerie di Capaci riuscirono ad aprire le finestre della Sicilia e di Palermo in particolare, scrivendo sulle lenzuola esposte al sole di quella calda estate sicula una parola che avrà un eco perpetuo, Basta. Ma non fu come tanti altri gridi, emotivi ma sterili e senza futuro, fu l’inizio di una conoscenza salvifica di valori e di ideali.

Non è una consolazione, è un risultato reale. Da quel preciso momento la rivolta (non di tutti, non dei più potenti, ma di tanti) ha preso forma ed è divenuta finalmente consapevolezza, soprattutto per le nuove generazioni, il risultato sotto i nostri occhi.

Certo la mafia esiste e non si arrende, ma tutto il lavoro fatto da Falcone ha impoverito l’ humus culturale, ha offerto nuove visioni, ha fatto breccia nelle menti, non nell’asfalto. Per questo Falcone rimarrà sempre così splendidamente presente nella storia del nostro paese.

In quel periodo Falcone avrebbe potuto essere ucciso con una modalità meno eclatante, ma Totò Riina scelse un atto dimostrativo, di potenza e di crudeltà. Un passo falso.

E anche gli uomini e gli apparati che denigravano il Magistrato, il suo approccio analitico, la sua organizzazione di squadra hanno dovuto fare dietro front, in quel momento e fino ad oggi. I colleghi che lo prendevano in giro apertamente, gli ex amici che lo attaccavano pubblicamente. Improvvisamente sentirono il pudore della correttezza, del rispetto, della riconoscenza.

E’ riuscito a vincere non solo per il coraggio, ma per la sua concreta abilità ad intervenire sulla materia in cui si era specializzato senza sbagliare, con precisione chirurgica. Non si fermava ai traffici della mafia, ma andava a scoprirne i nervi con le indagini finanziare sui flussi di denaro, investendo per la prima volta le banche dei controlli che permettono ancora oggi di seguire i percorsi e gli intrecci dell’organizzazione economica e di potere, stanando i mandanti e non solo le pedine. Era un siciliano che conosceva il linguaggio dei siciliani, e se ne servì per aprire il dialogo con i pentiti, riuscendo ad ottenere la collaborazione soprattutto di Tommaso Buscetta. Le rivelazioni dell’ex boss mafioso permisero di istruire il famoso Maxiprocesso, che costrinse Falcone e Borsellino all’esilio forzato nel carcere dell’Asinara (pagando le spese di soggiorno di tasca loro).

Dopo l’esperienza di Palermo, e dopo essere uscito dal pool antimafia approdò a Roma, chiamato dall’allora Guardasigilli Claudio Martelli, dove assunse il ruolo di Direttore Generale degli Affari Penali al Ministero di Grazia e Giustizia. Lasciò la Sicilia in un clima di polemiche contro il suo arrivismo da una parte, il suo gettare la spugna dall’altra. Ma come sempre, senza mai usare ostilità o perdere la propria volontà continuò a lavorare sulla qualità degli interventi contro il crimine organizzato. Diede un colpo decisivo al meccanismo di assegnazione dei processi alla Corte di Cassazione, che tolse la competenza praticamente esclusiva alla Prima sezione Penale e la assegnò a rotazione, eliminando la possibilità che il Maxiprocesso potesse essere vanificato. Le pene ai capi e a tutta la manovalanza furono confermate.

Ebbe un ruolo fondamentale nella costruzione degli organismi operativi che oggi si occupano della lotta alla mafia, la Dia (Direzione investigativa Antimafia) organo di collegamento investigativo fondamentale tra polizia, carabinieri e finanza. E la Dna (Direzione Nazionale Antimafia oggi DNAA che si occupa anche di terrorismo) che coordina le procure; due realtà che svolgono sinergicamente un’attività che è divenuta un modello a livello mondiale.

Non si preoccupò mai di mettersi troppo allo scoperto, ed allo stesso tempo vestì sempre i suoi interventi e le sue esternazioni di una sobrietà e di un rigore che hanno preso un posto preciso nei nostri ricordi e nella nostra idea del Magistrato. Erano una sobrietà ed un rigore sinceri, era un professionista che rispettava veramente le regole, i ruoli, le competenze.

E la sua capacità era diventata incontrollabile, non si piegava, sfuggiva e minava pericolosamente, e finalmente diciamo noi, la struttura di Cosa Nostra.

Falcone sentiva che il nemico era raggiungibile, che la trama mafiosa era penetrabile. Aveva la sacrosanta pretesa di pensare che chi stava ai vertici del sistema mafia, e chi occasionalmente o regolarmente lo appoggiava, era arrivabile. Presero vita la legge sui pentiti, i provvedimenti contro il racket, il carcere duro per i boss.

Era perfettamente consapevole di viaggiare con a fianco la morte già da diversi anni. Dal 1985, in cui perse gli amici colleghi di polizia Ninni Cassarà e Beppe Montana. Quando sfuggì all’attentato nella villa dell’Addaura nell’89. Beffardo destino, lì era sopravvissuto solo perché il detonatore non aveva funzionato, ma quante polemiche sulla natura di quel tentativo di neutralizzarlo, ci furono persino dichiarazioni importanti che parlarono di un’invenzione dello stesso Falcone allo scopo di farsi pubblicità.

Non diede retta alla paura. C’era un filo, quello della verità, che non riuscì a spezzarsi e che lo fece andare oltre, come sanno fare gli eroi. Diceva Sono un siciliano, e per me la vita vale meno di un bottone. Un’affermazione che mostra quanto la sua appartenenza alla Sicilia fosse uno sprone fondamentale per continuare a cecare il cambiamento. Lui che aveva giocato a pallone nel quartiere Kansa di Palermo, con coetanei che erano diventati esponenti anche di spicco della mafia. Si erano passati la palla nelle partite, poi li aveva visti virare verso i passaggi della criminalità.

E’ stato un errore tutto quel frastuono, è solo servito a rendere più visibile il suo valore, a far meglio capire a tutti chi era, come visse, cosa subì, cosa scelse.

L’ “attentatuni”, come lo hanno chiamato gli stessi uomini di cosa nostra, ha chiesto agli italiani di aprire gli occhi, e loro lo hanno fatto. Falcone era lì ad attenderli, con il suo esempio in mano.

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