BUROSAURI SENZA ROTELLE, ALTRO CHE AZZOLINA

di ARIO GERVASUTTI – D’accordo, il ministro Azzolina è indifendibile. Se ogni governo ha un suo Toninelli, lo scettro nel Conte bis spetta a lei. Premesso questo, davvero il pantano in cui sta affondando la scuola è tutta colpa sua?

Parlo di colpa, non di responsabilità: quella, è ovvio, se la assume sempre chi sta in cima alla piramide. Onori e oneri. Ma siamo sicuri che sia solo colpa sua se a dieci giorni dall’inizio delle lezioni le graduatorie dei supplenti sono sbagliate e i presidi non possono chiamare gli insegnanti a tappare i buchi negli organici? È colpa sua se ci sono 70mila cattedre non coperte quando ci sono 120mila precari che aspettano da anni un posto fisso? È colpa sua se il Comitato Tecnico Scientifico ha deciso tre giorni fa che per restare in classe in sicurezza i ragazzi devono tenersi a un metro di distanza e non serve la mascherina? È colpa sua se non sono stati acquistati gli scanner da inviare in tutte le scuole per misurare la temperatura di chi entra?

Sono trascorsi sei mesi da quando l’Italia ha scoperto di essere nell’occhio del ciclone, e nulla sarebbe stato come prima. Cinque i mesi da quando anche i sassi hanno capito che la scuola per lo scorso anno scolastico era finita, e che ci si doveva attrezzare per l’anno successivo. Non era necessario un genio: fin da subito si era compreso che il distanziamento sarebbe stata la base di tutto. Quindi, in breve: dove c’erano 25-30 studenti ce ne dovranno stare 15-18. Significa che si devono raddoppiare le aule, e con esse i professori visto che non hanno il dono dell’ubiquità. Pensare agli orari prolungati significa non avere idea di che cosa significhi insegnare. Senza contare che se un insegnante entra in classe alle 8, non lo si può fare uscire alle 18: non solo perché lo vieta la legge, ma perché se alle 8 insegna italiano, dopo 10 ore finisce per parlare (e bestemmiare) in turco.

Non si uccidono così neanche i cavalli. E allora, non ci voleva molto a capire – ad aprile, massimo maggio – che si dovevano cercare, trovare e allestire un bel numero di aule in più con i relativi insegnanti. E anche i banchi, certo. Ma non necessariamente quelle parodie di autoscontri con rotelle che in mano ad adolescenti (lo siamo stati tutti) dureranno forse qualche settimana.

Chi “non” ha pensato tutto questo? E chi si è ridotto a cercare una soluzione a dieci giorni dall’inizio della scuola? Il ministro? Non scherziamo. Il ministro ha la colpa di essersi circondata di soggetti in linea con le sue capacità: ma le migliaia (sì, migliaia) di persone che affollano i ministeri e le dirigenze regionali a tutti i livelli, dai capi agli uscieri, che cosa hanno fatto? E che cosa fanno da decenni, a prescindere dal ministro di passaggio?

È mai possibile che nell’era dei computer si debba ancora aspettare metà ottobre (quando va bene) per avere le squadre complete degli insegnanti nelle scuole? È mai possibile che a nessuno sia venuto in mente di chiedere a ogni singola scuola un elenco completo e dettagliato delle dotazioni informatiche di ciascuno studente, per intervenire con la fornitura di computer e linee dati laddove fosse stato necessario, così da garantire a tutti parità di accesso alla didattica a distanza? Sarebbe bastato un mese, e avrebbero speso di certo meno soldi di quanti ne andranno in banchi con le rotelle.

La scuola è forse il più incancrenito cimitero di burosauri della disastrata Repubblica italiana. Il regno del sindacalismo deteriore dove annaspano meritevoli martiri che cercano di fare il loro lavoro al meglio, con passione e dedizione, circondati da fannulloni e soffocati da una struttura burocratica indegna.

Sia chiaro: la politica, anche in questo caso, ha le sue colpe. Non c’è partito che non proclami ad alta voce: «La priorità è la scuola! È il futuro dei nostri figli!». Salvo poi nominare alla guida del ministero, nel valzer delle poltrone, una selezione del peggio. Per dire: oggi tra i più attivi nel chiedere a gran voce un impegno straordinario per la scuola c’è quel Matteo Renzi che scelse come ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca per il governo Gentiloni la Valeria Fedeli, buona maestra d’asilo che l’università non sapeva nemmeno che cosa fosse, con tanto di titolo di studio farlocco.

La politica e i sindacati hanno fatto carne di porco dell’autorevolezza, del merito, della necessità di evolversi della più importante istituzione di uno Stato civile, al pari del sistema sanitario. Ma in quel ministero, in quegli uffici scolastici regionali e provinciali – fatte salve le poche lodevoli eccezioni, inutile sottolinearlo – galleggiano placidamente zavorre inaffondabili. Tante piccole Azzoline, tante piccole Fedeli. Che se ne fregano di tutto e di tutti: figuriamoci della scuola.

 

 

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