BLACKBERRY, NEL FUTURO PER TORNARE INDIETRO

di GHERARDO MAGRI – «Psst, mi fai vedere come funziona quello strano telefonino? È vero che si possono mandare e ricevere e-mail? Come hai detto che si chiama, non ho capito bene il nome. Dai, passamelo un attimo che sono curioso». Queste erano le frasi concitate che si sentivano spesso nelle riunioni di lavoro nel 2002. Ci stavamo abituando all’uso dei cellulari, mercato in grande espansione, solo per telefonare e magari per mandare dei semplici SMS. Ma quell’oggetto sconosciuto era un’altra cosa.

Stiamo parlando del BlackBerry, il primo smartphone al mondo quando ancora il concetto di smart non era per niente chiaro. Un prodotto rivoluzionario inventato da un’azienda candese con sede a Waterloo (nome che non ha portato bene, la storia lo insegna), in Ontario. Sono due giovani ingegneri – Mike Lazaridis e Douglas Fregin -, che nel 1984 fondano la società RIM, intuendo le potenzialità del mondo delle telecomunicazioni. I loro primi prodotti di successo sono i “cercapersone”, molto diffusi nelle organizzazioni nordamericane. Lavorano sui dati scambiati wireless e su un’ estetica attraente, che da lì a poco sancirà il successo planetario del BlackBerry. A proposito del nome, azzeccato anche quello: significa bacche di mora, perché i piccoli tasti ne ricordano la forma e il colore. Qual è l’intuizione geniale dei due? Miniaturizzare su un piccolo cellulare la classica tastiera del computer, denominata QWERTY (sono le prime lettere da sinistra a destra), insieme ad uno schermo piuttosto grande. La simpatica forma quasi quadrata, l’ottima ergonomia e una bella tattilità dei tasti, danno al telefonino una veste molto piacevole. Ma soprattutto, la possibilità di scambiare e-mail in piena sicurezza per la prima volta, invenzione sorprendente per quei tempi. Dovunque tu fossi, potevi collegarti con chiunque. Portabilità totale e connessione garantita sempre.

Per il mondo business è uno shock. Mi ricordo perfettamente la sensazione di essere entrato nel futuro. La prima cosa da fare è provare che si possa veramente scrivere: funzionava davvero. Poi, la gara frenetica a chiederlo all’azienda come dotazione con la scusa di essere più produttivi ma, sotto sotto, per sentirsi semplicemente un figo. Un vero status symbol nelle aziende, chi l’ha per primo lo esibisce in ogni occasione come un’icona di modernità e di vera distinzione sociale. Il cellulare standard per uso lavorativo diventa presto un giocattolino, da manager di serie B. E via a smanettare su quei piccoli tasti, fino a farsi venire i polpastrelli lividi, scrutando lo schermo in bianco e nero per vedere se arriva qualche e-mail più o meno importante. Chi ha lavorato in azienda se lo ricorda bene quel periodo. Ci siamo catapultati nel mondo dello smart phone senza accorgerci, diventando di fatto dipendenti patologici a dosi pesanti.

A seguire, le evoluzioni tecnologiche. Schermo a colori, design ancora più bello e funzionalità nuove. Il BlackBerry sembra una corazzata inaffondabile. Poi, nel 2007, un certo Steve Jobs lancia l’iPhone, completamente touch. In Canada non ci fanno troppo caso, sono troppo vincenti e commettono il peccato più grave: sottovalutare la concorrenza. Lo considerano troppo orientato al consumatore, non potrà certo scalfire la loro posizione di monopolista consolidata in quei cinque anni di baldoria. Altro errore grave è non aver capito la forza delle piattaforme tecnologiche iOS e Android rispetto a Java, decisamente più obsoleto e che non gli ha consentito gli ulteriori decisivi sviluppi. Provano anche a lanciare un prodotto touch, dopo discussioni sanguinose sulla decisione di “copiare” Apple oppure no: ma lo fanno molto in ritardo e con meno caratteristiche, commercialmente è un flop. Il vento in poppa consente comunque alla società di arrivare fino al 2010 con risultati in crescita, ma la tempesta è nell’aria. Sì, perché gli stessi clienti-manager del 2002 si innamorano perdutamente dell’iPhone, che detronizza in modo brutale il BB, perché più nuovo, più intuitivo e più funzionale, diventando un elemento glamour indispensabile. Succede così rapidamente, sia nel settore privato che professionale.

L’azienda canadese arranca, taglia migliaia di posti di lavoro, cerca di controbattere, lanciando nuove linee di prodotto. Ma è tutto inutile e tardivo. I conti in rosso non lasciano scampo. Nel giro di pochi anni, i capi lasciano e si alza bandiera bianca. Nel 2016 la proprietà del marchio diventa cinese: tentano anche loro di rivitalizzare il marchio, ma senza successo. Arriviamo a oggi. I cinesi gettano la spugna, si fa avanti una start-up texana che rileva le attività e annuncia con vigore «nel 2021 lanceremo l’ultimissima versione del BlackBerry con tecnologia 5G, con tastiera QWERTY come all’inizio e garantiremo la totale protezione dei dati, tema più che mai vincente di questi tempi».

Ce la faranno? Sarà un altro buco nell’acqua come il rilancio fallimentare di Motorola, comprato da Google e rivenduto ai cinesi di Lenovo, oppure quello tentato e abortito di Microsoft quando ha rilevato e poi ceduto in fretta il mitico marchio Nokia? Non è per niente facile, anche per chi ha tanti soldi da investire. Ci vuole il tempismo giusto e una proposta che sia unica e differenziante. Io faccio il tifo, trafficare ancora sulla tastierina come una volta mi riporterebbe indietro nel tempo, facendomi sentire più giovane e … molto più preciso nello scrivere.

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