BENARRIVATI NELL’ERA DEI DEMENTI DIGITALI

“Si moltiplicano i campanelli d’allarme” diceva un uomo in canotta, sprofondato in poltrona. “Qualcuno vada a rispondere che io sto guardando la partita.”

Era una vignetta di Altan, memorabile come molte delle sue, disegnata e pubblicata anni fa a commento di una stagione sociale, con i suoi danni e i suoi turbamenti, oggi completamente dimenticata, o meglio digerita, forse assimilata. Ma potremmo sfruttarla anche oggi, come fosse nuova, mentre i campanelli d’allarme continuano a moltiplicarsi, a segnalare pericoli e rischi sempre più insinuanti, difficili perfino da comprendere, figuriamoci da risolvere, e quando comunque c’è sempre una partita che sta per incominciare, ovvero una distrazione a portata di mano.

Ci sono precise inchieste, per esempio, che segnalano il crescente assorbimento dei giovani, ma non solo, nella “vita digitale”, l’ossessivo consumo del social, il tempo trascorso faccia a faccia con lo schermo e dunque riversato in una dimensione parallela, piena di stimoli rapidi, brevi, successivi che garantiscono una gratificazione che la vecchia, cara realtà, con i suoi tempi morti, le attese, il suo rifiuto a spiegarsi e a spiegare, non sa e non vuole concedere.

Una recente inchiesta raccoglie testimonianze dal mondo degli assuefatti digitali: “Fino a 15 ore al giorno attaccati ai social: è comu una droga.” Ancora uno sforzo e la separazione dalla realtà sarà definitiva: 24 ore su 24, 7 giorni su 7, fuori dal mondo e dentro la bolla virtuale.

Che cosa comporta tutto ciò? La scienza arranca nel definire con precisione sintomi, effetti e conseguenze. Tuttavia, oggi parla apertamente di “demenza digitale” e ci avverte: “Stiamo crescendo una generazione affetta da questa patologia.”

Ma davvero abbiamo bisogno delle inchieste, davvero è necessario che uno specialista ci spieghi per benino, con linguaggio clinico, i rischi che corriamo? Non avvertiamo forse da noi, per istinto di sopravvivenza, lo spessore del rischio al quale ci sottoponiamo quando immergiamo la nostra attenzione nello schermo dello smartphone, quando il gesto dello scrolling ci trattiene, ci invischia direi, una sciocchezza dopo l’altra, una pillola di distrazione dopo l’altra, mostruosa carta moschicida digitale alimentata dall’algoritmo che, da parte sua, si comporta da genitore incosciente, ingozzandoci senza fine di dolciumi più velenosi dello zucchero e più vuoti di energie di una bibita frizzante?

Ammettiamolo: perfino in quelle ore di instupidimento sappiamo che stiamo sbagliando, che il tempo così consumato è tempo sprecato, che non torna, non serve, non arricchisce e neppure anestetizza da ansie e dolori. Purtroppo, in questo caso la soluzione non sta neppure nel gesto di volontà, nella decisione di imporsi (o imporre, nel caso dei genitori) limiti e divieti. Parte del mondo digitale è diventato utile, perfino necessario e addirittura benigno: il problema è che è difficile separare questa parte dall’altra, quella tossica, che gioca con le emozioni, i sentimenti, le reazioni più istintive e che continua a premere all’impazzata i nostri bottoni neuronici, trattandoci come piccole cavie di cui è facile prevedere le reazioni, per poi addomesticarle tramite ininterrotte microgratificazioni.

L’uomo in canotta, insomma, guarda un’infinita partita composta da una miriade di piccole azioni stimolanti che si annunciano una dopo l’altra. L’unica sua speranza starebbe nell’hydration break, ma qualcosa dice che neppure questo potrebbe in alcun modo interrompere, e men che meno estinguere, la sua sete digitale.

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