Caro Tony Damascelli, che amo come una delle penne sopraffine nei rimasugli del giornalismo italiano e uno degli uomini più dotati di ironia e sarcasmo che la casta possa annoverare tra i suoi rifiuti.
Perdonami, non sono d’accordo sul fatto che il ripescaggio dell’Italia ai Mondiali 2026 sarebbe un’onta, come scrivi su @ltroPensiero.net: la Danimarca dell’82, la porcheria al Brescia di un anno fa che ha salvato la Sampdoria, il Milan mandato all’Intercontinentale del ’93 per il doping del Marsiglia, lo scudetto del 2006 assegnato sotto l’ombrellone all’Inter tagliata fuori da tutto, da anni, sistematicamente… Sai bene che potrei elencarne altre decine, di ripescaggi. Nel ciclismo, nell’atletica, persino nei miei falliti fidanzamenti.
Il ripescaggio non è un’onta: è una conseguenza. Se c’è qualcuno che ha ciurlato nel manico, viene fatto fuori a vantaggio di un altro fatto fuori a termini di regolamento e ributtato nel mucchio, non è un’opinione: è la legge, è la giustizia, è il regolamento. Il problema, nel caso specifico della Nazionale italiana di calcio buttata fuori dai Mondiali per la terza volta di fila, non sarebbe il ripescaggio voluto eventualmente da codici e postille, ma come ci andremmo e che ci andiamo a fare. E questa è tutta un’altra storia.
Se però a un concorso pubblico squalificano quello che ti sta davanti perché ha barato e passi avanti tu, anche se il questionario era elementare e facilissimo, è giusto che vada avanti tu. Appunto. Poi, se non riesci a farti assumere, sono affari tuoi e qualcuno riderà, ma intanto vacci avanti, tu.
Casomai, potremmo parlare dell’esclusione dell’Iran e degli ammennicoli e gli orpelli che riguardano la partecipazione o la squalifica di questa nazione sì e quest’altra no a una manifestazione se c’è un conflitto, una guerra, un casino. Ma questo è un altro argomento e non saprei francamente come affrontarlo, perché lo trovo ipocrita e onestamente ridicolo.
