50 ANNI PER CAPIRE CHE IL DAMS NON E’ UNA FUMERIA

 

di MARIO SCHIANI – Il giovane neodiplomato che, venti o trenta anni fa, davanti alla famiglia riunita se ne usciva con “voglio fare il Dams” innescava una reazione a catena straordinariamente rovinosa. La nonna correva a far dir messa, per l’anima del giovane e anche per quella del babbo il quale, appresa la novella, aveva attaccato a snocciolare bestemmie; la mamma, tra un segno della croce e l’altro, già cercava sull’elenco il numero di San Patrignano, mentre la sorella minore, tanto per aumentare la confusione, prendeva furba la scia: “Se ci va lui, ci posso andare anch’io”.

Un figlio perduto quello che s’avviava al corso di laurea dedicato alle Discipline delle Arti, della Musica e dello Spettacolo: incline al fancazzismo o ai sogni a occhi aperti, in entrambi i casi destinato a combinare poco, se non niente, e anzi a portare alla famiglia soltanto tribolazioni, spese e perfino vergogna.

Non solo le famiglie più reazionarie la pensavano così: opinione corrente era che un corso di laurea per coltivare ciò che semmai poteva emergere come talento naturale doveva per forza essere una scusa per scappare di casa e farsi le canne. Altra cosa erano i Conservatori di musica: lì dentro sì che i ragazzi si facevano il mazzo, dedicandosi allo studio di strumenti come il violino, la tuba e l’oboe. C’era di che andar fieri di un pargolo laureato in controfagotto, anche se la maggior parte delle famiglie non avrebbe saputo distinguere un controfagotto dall’alternatore della Panda. Ma il Dams? Quella era roba per figli perduti.

Oggi leggiamo che il Dams compie 50 anni e pertanto entra di diritto nella cerchia delle cose glorificate dalla patina degli anni. Il dubbio: se da 50 anni attira studenti, non sarà che forse è qualcosa in più di un club per amanti delle erbe speziate?

Nato presso la Facoltà di Lettere dell’Università di Bologna, il Dams è diffuso oggi in venti sedi e offre corsi come “Beni artistici e dello spettacolo”, “Scienze e tecnologie della comunicazione”, “Arti visive”, “Cinema, televisione e produzione multimediale”.

Al di là del dettaglio didattico, la morale che se ne dovrebbe trarre emerge chiara: cinquant’anni fa il Dams seppe cogliere e forse anticipare l’importanza che la cultura e l’intrattenimento avrebbero raggiunto nella società. Tutto si misura in “consumo” e dunque adeguiamoci: quante ore di musica, di cinema, di televisione “consumiamo” in un anno?

Finalmente ci siamo arrivati: è una produzione che deve basarsi sul professionismo e non sull’improvvisazione. Se poi riuscissimo ad accantonare per un momento la quantità in favore della qualità, dovremmo ammettere che buona parte delle speranze di rinascita, ripartenza, progresso civile e, soprattutto, rafforzamento della salute mentale del Paese, dipendono dalla nostra capacità di avvicinarci con consapevolezza all’arte, alla storia, al mondo del pensiero e dell’immaginazione. Un ruolo, quello della cultura, che solo una classe politica come la presente poteva banalizzare al punto da concepire la frase “I nostri artisti che ci fanno tanto divertire” (Giuseppe Conte, maggio 2020).

No: i nostri artisti, se sono veramente tali, ci fanno pensare e crescere, ci insegnano a giudicare e, se il caso, a non giudicare. Divertire? Anche, ma non come facevano quei giullari di corte che, oggi, il presidente del Consiglio e i suoi colleghi della politica vorrebbero intorno a sé. Il divertimento, nel senso più alto, è il prodotto di uno stimolo intellettuale sorprendente e incisivo: è un risveglio euforico della nostra umanità. Questo è il divertimento che fa grandi Chaplin, Totò e i Fratelli Marx, e che ritroviamo anche dove formalmente non viene riconosciuto: nei film di Bergman, per esempio, o nel teatro di Pirandello.

Ecco perché oggi, a teatri e cinema ancora chiusi, con la cultura che cerca affannosamente il contatto con il pubblico attraverso i canali virtuali, la notizia che il Dams compie 50 anni suona incoraggiante. E’ il segno che l’attività cerebrale della società non è ancora al grado zero, che la fantasia e il talento, quando coltivati, potranno ancora una volta accompagnarci oltre il guado. Non ci riusciranno grazie all’aiuto dello Stato, questo si è capito, ma almeno contando sul nostro: pronti all’applauso per quei giovani che se lo saranno meritato credendo nell’immaginazione e, di conseguenza, nel futuro.

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