Cronaca di ordinaria sopravvivenza nelle ondate di calore. Ci siamo spaventati per le altissime e anomale temperature di metà giugno, poi sono arrivate in sequenza la seconda e la terza ondata. L’estate è ancora lunga e i nostri nervi sono tesi. Ormai seguiamo con ossessivo interesse le notizie allarmanti che arrivano non solo dall’Italia, ma da tutta l’Europa: ci stiamo trasformando in una landa in via di desertizzazione e a forte rischio salute. Siamo anche troppo informati, ma quello a cui non siamo ancora abituati sono le ondate di blackout che ci sbattono in faccia in modo brutale l’emergenza in atto.
Ecco il racconto di una giornata tipo di questa nuova era tropicale, con tre blackout a singhiozzo, di cui l’ultimo lunghissimo, protrattosi fino a notte.
Al primo, se succede di giorno diciamo che l’impatto è minore, il nostro umore tende all’ottimismo e speriamo che gli operatori si diano da fare in fretta. Scattano le prime telefonate ai call center e – dopo lunghe attese – ci danno il responso sull’orario del ripristino, che non verrà mai rispettato nella realtà. Esco di casa, ovviamente l’ascensore non va, i cancelli elettrici sono bloccati con auto e moto intrappolate dentro, per fortuna le aperture d’entrata funzionano ancora con le chiavi in metallo. Faccio una perlustrazione veloce, scopro semafori in tilt, antifurti di case che suonano, ma si vedono già operai che lavorano negli scavi dove ci sono i famosi cavi surriscaldati che non reggono più niente. La domanda scontata “ma l’anno scorso è successa la stessa cosa, perché non ci hanno messo una pezza prima?” sorge spontanea, ma in modo ancora gentile. Torno a casa tranquillo, rispettando il divieto assoluto della moglie di non aprire frigo e freezer, pena il rischio di buttare in blocco tutti gli alimenti. Poco dopo, di colpo, l’elettricità torna e con essa anche la normalità. “Però, in gamba quelli dell’amministrazione cittadina” pensiamo soddisfatti.
Al secondo, verso metà pomeriggio, cominciano a vacillare le nostre buone intenzioni. Ancora? Le cose si fanno serie, si leggono su Internet disagi dappertutto, meglio prepararsi al peggio ma sempre con un leggero sorriso. Anche perché i tempi si allungano, le risposte telefoniche ci appaiono adesso più vaghe, un certo nervosismo affiora. Il caldo fa il suo, perché i condizionatori sono out. Check alle pile per le torce, che mancano sempre al momento giusto, escursione al negozio per comprarle insieme a un mazzo di candele, non si sa mai. Il terrore più grande è prendere l’ascensore: l’idea di rimanerci dentro è angosciante, su per le scale a piedi anche quando ci sarà di nuovo corrente. Le ore passano lente, ma alla fine luce fu. Altro sospiro di sollievo, la reazione umana è pensare che finalmente i problemi siano risolti. Errore madornale.
Al terzo, anche il miglior training autogeno di autocontrollo salta. Adesso basta. E’ ormai buio, si gira per casa come topi d’appartamento con le torce per cercare qualsiasi cosa. Non c’è stato abbastanza tempo per rinfrescare gli ambienti e allora decidiamo di andare nei “rifugi climatici” (descrizione recente assai bizzarra), aspettando il famoso ripristino. Cerchiamo una pizzeria per stare al fresco e cenare. Non è comunque un’azione distensiva, il pensiero va alle scorte alimentari, non si fa altro che parlare e lamentarsi con tutti, in realtà l’attesa è la protagonista, che si fa via via più spasmodica. Il segnale di via libera lo darà molto tempo dopo il videocitofono che emetterà un suono di riattivazione sul telefonino: una vera liberazione. E’ tardi, torniamo a casa stanchi, scale rigorosamente a piedi, si va dritti a letto accendendo subito il condizionatore per ricostituire una temperatura vivibile.
Riflessione del giorno dopo: il tema ambientale non lo si può più scansare voltandosi dall’altra parte, la nostra vita quotidiana ormai ci ricorda in modo ossessivo quanto ancora dobbiamo fare per sistemare il Problema, questo nuovo Problema che ci costringerà a vivere sempre più in emergenza cronica.
