Quando, nel mondo incantato della scuola, s’inizia con “C’era una volta…”, potete star sicuri che la favola funziona alla rovescia: Biancaneve muore, Cenerentola resta a fare la serva e la Bella Addormentata continua a dormire per l’eternità. Perché la scuola va sempre peggio e parlare del tempo andato sottintende sempre che si tratti del bel tempo andato, cui sono seguite epoche di barbarie ed oscurità. Perfino la cosa più simpatica e gradevole di un anno scolastico, vale a dire la gita, è diventata un incubo, da evitare come la peste.
Me lo ricordo, da studente: si facevano mille progetti, si decideva con chi stare in camera, si puntava quella carina con cui ci si sarebbe trovati, finalmente, vis à vis in ore atte al romanticismo. E, poi, da docente, la pia illusione di mostrare tante cose belle e didatticamente coerenti, sfoggiando la tua padronanza delle lingue straniere e la tua disinvoltura da viaggiatore d’occidente.
Tutto finito, tutto tramontato: un’odiosa burocrazia e una servile assenza di responsabilità e di entusiasmo hanno trasformato la gita in “viaggio d’istruzione”, regolamentato fin nei momenti più intimi, felicitato di lacci e lacciuoli che minacciano galera e sanzioni agli inadempienti. Insomma, quel campo di concentramento che è divenuta la scuola italiana non rimane a casa, quando si va in gita, ma ti segue, tale e quale, dovunque tu sia: è il primo caso di lager semovente della storia umana.
Così, i docenti vivono l’esperienza della gita come un tour de force pesantissimo: perennemente a guardia dei pargoli, acciocchè nessuno si faccia male, nessuno sgarri, nessuno beva, nessuno gridi. L’ansia patologica dei genitori si è trasmessa ai dirigenti scolastici e, da loro, a cascata, ai loro subalterni, costretti ad occuparsi in corpore vili della sicurezza degli studenti.
Ovvio, il medico dice “sei depresso”, nemmeno dentro al cesso possiedo un mio momento, canterellava il menestrello di Pavana: ecco, l’insegnante in gita è più o meno così: uno che deve stare addosso ai propri alunni h24, badando che non combinino qualche pasticcio. Eppure, era proprio il combinare pasticci che dava pepe e calore alla gita: il fatto che potevamo smettere, per un momento, di essere un numero sul registro e trasformarci in candidi teppisti in trasferta. Niente di che, intendiamoci: qualche battuta ad alta voce e qualche birra, introdotta di sfroso in camera, ma ci bastava essere insieme, lontani dai libri, con le ragazze a portata di tiro, per sentirci bellissimi e vivi.
Oggi, la scuola, gli studenti li vuole brutti e morti, a propria immagine e somiglianza. E, ad un certo punto, qualcuno ha deciso che non ci sta: che questi viaggi d’istruzione, verso mete stabilite da una commissione viaggi, composta da semianalfabeti che è tanto se, all’estero, sono stati a San Marino, sono inutili, fastidiosi, inutilmente dispendiosi. Parigi, Vienna, Praga: mete scontate e quasi mai giustificabili con le esigenze della programmazione: nessun progetto, nessuno sforzo di inventarsi qualcosa di diverso da Parigi, Vienna e Praga.
Così, per esempio, i docenti del liceo Galileo, di Trento, hanno deciso che le gite non si fanno: basta con questa farsa inutile. Se si devono organizzare così, tanto vale non farle. Senza contare che, per un insegnante, la gita è anche una notevole gabella. Vi rivelo uno scoop, a voi, che siete quelli dei tre mesi di vacanze estive e delle cene luculliane a spese dello Stato: voi addomesticatori di leggende metropolitane un tanto al chilo. Un docente in trasferta all’estero ha a disposizione, per mangiare ogni giorno, meno di venti euro: capito bene? Con venti euro, a Vienna, ci compri una birra e un panino: altro che colazione da Aida, pranzo da Am kleine Steiermark e cena alla Schweizerhaus. E, allora, andateci voi, in gita a Vienna, a far la fame, trattati, come sempre, da pezzenti: oberati di responsabilità, afflitti da mille magagne, considerati regolarmente il fanalino di coda della società civile. Hanno ragione al Galilei: i Trentini arrivano sempre un pelo prima degli altri.
Eppure, la Sottosegretaria Frassinetti mi aveva parlato di un bellissimo progetto per organizzare con tutt’altri presupposti i viaggi d’istruzione, dando loro quella rilevanza che dovrebbero avere nella programmazione dei consigli di classe: ma sembra essere restato tutto lettera morta. Come quasi sempre accade, laddove si parli di scuola e di proposte intelligenti.
La soluzione, perciò, è boicottare questa maniera di pensare i viaggi d’istruzione, sperando che i genitori, colti nel vivo, comincino a farsi qualche domandina. Certo che, finchè la scuola sarà quel carrozzone burocratico, la gita resterà un ostacolo da evitare. Dispiace per gli studenti, che ci fanno molto affidamento, ma è ora di smetterla di cavare sangue da una rapa.
