RANUCCI L’INDIFENDIBILE

Parlandone da collega, senza invidie e anzi con un’ammirazione che viene da lontano, il mito di Sigfrido Ranucci è finito. Resta un pugno di polvere. Per quanto stia tentando di venirne fuori in qualche modo, provando velocemente a cambiarsi di vestito, passando da mito del libero giornalismo d’inchiesta a vittima e martire, Ranucci non sarà più Ranucci. Dico il Ranucci che abbiamo inteso quasi tutti, parlando di uno dei pochi volti televisivi ancora capaci di fare programmi seri, sobri, profondi, senza concedere nulla allo show e allo sbraco, puntando solo sulla verità. Niente, non sta più in piedi. Per quel genere di Ranucci, la credibilità e l’autorevolezza sono pre-requisiti essenziali, dirimenti, non negoziabili. Difatti. Più si va avanti, e più questa credibilità sta girandosi in imbarazzo e gelo. Almeno per tutti gli italiani che in Ranucci credevano, riponendoci le residue speranze di buon giornalismo Rai (a chi potevano attaccarsi, a Vespa e Giletti?).

Anche volendo concedere che Ranucci non sapesse dell’attentato e della trame sporcaccione di Lavitola, anche ammesso e non ancora concesso questo candore, l’amicizia intima con Lavitola resta. E se è vero che gli uomini si giudicano anche dai loro amici più prossimi, nessuno riuscirà mai a perdonare Ranucci per questo legame strettissimo con quel tipo, capace di mettere una bomba per squallidi giochi, e comunque solo l’ultima trovata sua, perchè la lista è lunghissima, tutta la sua vita è costruita su trame e intrighi in penombra, prima sotto la pianta del craxismo, quindi con Berlusconi, cui si onorava persino di fornire ballerine brasiliane in albergo…

E comunque: non è di Lavitola che bisogna raccontare la biografia. Troppo nota, compreso l’epilogo della galera. Piuttosto, conta chi si è sempre onorato di vantarlo come caro amico. Lui e poi quell’altra damina di Stato della Boccia, orgogliosissima di schierarsi in prima linea a difesa di Ranucci, professandosi intima intima, intima non si sa fin dove, comunque abbastanza per aggiungere un inevitabile tocco di diffidenza e perplessità sulle amicizie di Ranucci.

Certo, ognuno pensi agli amici suoi, questa la tesi difensiva: però resta il semplice dettaglio che Ranucci non è un italiano qualunque, è un personaggio pagato dallo Stato, svolge servizio pubblico, con l’aggiunta di farlo dal pulpito di Savonarola. Non è volgare e stupido chiedere ai grandi moralizzatori di coltivare per primi una buona morale. Gli effetti poi sono quelli che sono, altro che imboscata della destra trinariciuta. Il tradimento della fidanzata di facili costumi ferisce sempre meno di un tradimento della fidanzata santerellina. E’ umano, è inevitabile.

Selvaggia Lucarelli, una che può stare pesantemente sull’anima, ma che bugie non ne racconta, informa che Ranucci – sempre in preda all’ormai certificato narcissismo ipertrofico – ha pubblicato in passato su Amazon una recensione del suo libro, sotto falso nome, coprendolo di complimenti magnifici, fino al tombale “capolavoro”. Toccherà a Ranucci, se vorrà, rispondere anche a questo retroscena, che ancora una volta non è un reato, ma in definitiva dice molto più di certi reati.

E’ un duro lavoro quello di riposizionarsi dov’era, per Ranucci. Ci sta provando persino equiparandosi a Moro, Falcone, Borsellino (parere personale: pessima idea, ascendente meschina). Ma l’esito appare scontato: magari Ranucci si costruirà un nuovo futuro, ma ripartendo da zero, in altro modo. Mai e poi mai tornerà a essere un mito italiano. Quando cade dal piedestallo, il mito non sta più su. Il vero risultato che Ranucci sta ottenendo, piuttosto, è farci rimpiangere e santificare la Gabanelli: lei in fondo vera madre di tutti i “Report”. Ma prima ancora lei che non ha certi amici da vantare, certo non Lavitola. La differenza si nota.

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