MA QUELLE CHAT CI HANNO INSEGNATO QUALCOSA

di LUCA SERAFINI – La psicologa Micaela Ucchielli ha scritto su @altroPensiero che è ora di abbandonare le chat e tornare ad incontrarsi. Niente di più vero. Per chi come me è stato immerso nello smart working in queste settimane ai domiciliari, quello che è mancato disperatamente è stato il contatto. Un vuoto che ho ingoiato in silenzio, accettandolo come una fortuna pensando a chi il contatto non lo aveva essendo ricoverato, o a chi il contatto non lo aveva con qualche amico o parente malato. E a chi non lo ha avuto nemmeno negli ultimi attimi della sua vita. Una comparazione doverosa, perché spesso l’ingiustizia si annida anche nelle ingiustizie medesime, distinguendo tra più pesanti e semplicemente più sopportabili. Come il pensiero costante a come sarebbe è stato, se questo lockdown planetario non avesse avuto tv, tablet e smartphone… E cellulari, appunto.

Benedette siano le chat. Ho frequentato assiduamente amici con i quali normalmente riusciamo a vederci una o due volte l’anno, per lo più sotto Natale o peggio ai funerali. O meglio ai matrimoni o alle comunioni o ai battesimi. E anche con quelli con i quali la confidenza è più lontana nel tempo, le chiacchiere sono formali o vertono sui ricordi. In queste chat (benedetti Wi-Fi) abbiamo parlato di tutto, dal lavoro al Covid, dalle paure alle speranze, dalla vita al senso delle cose. Della cosa, soprattutto.

È stato diverso e qualche volta pure meglio di quando ci vediamo in tanti, ma si finisce che ognuno parla per conto suo. E molti fingono di ascoltare. Stavolta eravamo tutti seduti uno di fronte all’altro e, se qualcuno moderava, si riusciva a parlare e ad ascoltare tutti. Cosa che in un bar o in un ristorante o a casa di amici succede di rado.

Sono state belle anche quelle chat in diretta, a due o più persone, tra estranei, vip o sconosciuti, che si sono sovente messi a nudo oppure fatti leggere in maniera diversa dal solito, più spontanea e sincera. Calciatori, attori, giornalisti, studenti, casalinghe, musicisti. Questi ultimi hanno ideato chat straordinarie, suonando e cantando in modo sublime.

Ecco il punto, cara Micaela. Meglio vedersi (tutta la vita) che starsene in chat. Ma l’ideale, il massimo, sai quale sarebbe davvero…? Incontrarsi, sì, però sempre alla maniera delle chat, dove chi parla è ascoltato, dove ci siamo scritti e letti in maniera diversa. Dove ci siamo aperti e ci siamo fatti guardare dentro, soffocando ogni tipo di paura.

Forse avrei dovuto scriverlo all’inizio, invece lo dico chiudendo: tutto questo lo pensa uno come me, profondamente convinto che qualcosa la vita ci insegna sempre, per forza. E dovrebbe restarci addosso, anche dopo il buio profondo che abbiamo attraversato, non sentendoci soli grazie anche a qualche chat.

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